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Avete abbastanza fegato per leggere l’Ulisse di Joyce?

Ecco che, come ogni 16 giugno, è arrivato un altro Bloomsday – il giorno in cui si svolge l’azione dell’Ulisse – e gli appassionati di tutto il mondo festeggiano la ricorrenza con letture, canti, improbabili pagliette e sbevazzate di Guinness per Dublino (o Trieste, o Zurigo).

L’anno scorso ne avevo parlato su Snapchat e, a sorpresa, tanti mi avevano scritto raccontandomi la loro esperienza con l’Ulisse o dicendo che finalmente avevano trovato il coraggio di fare questo viaggio. Tanti altri mi avevano chiesto di farne un post, ed eccolo qui: che io mica procrastino, eh. Sarò breve, poco seria e per niente esaustiva.

Per qualche motivo, questo post mi viene sotto forma di FAQ.

1. È davvero così difficile?

Secondo gli anglofoni, è il libro più ostico di tutto il loro canone letterario – affermazione che mi pare piuttosto esagerata. In fondo, a questo mondo esistono anche L’urlo e il furore di Faulkner e i Racconti di Canterbury di Chaucer, senza per un momento dimenticare Finnegan’s Wake, dello stesso Joyce.

Comunque, la risposta alla domanda è: sì, è una lettura lenta e difficile. Deve esserlo, e non per le sue velleità intellettuali – è un’accozzaglia di roba di alto e di basso profilo come poche altre1 – ma perché Joyce riteneva che il compito della letteratura fosse isolare noi lettori dalla nostra quotidianità – nella quale adottiamo una serie di automatismi – per concentrarci sulla lettura. L’arte serve per correggere la fretta. Per capire cosa succede bisogna leggere attentamente.

Ecco un esempio:

Ed era un bacino d’argento che aprir non potevasi se non per un sortilegio entro il quale erano di strani pesci senza testa per quanto i miscredenti neghino che questa sia cosa possibile finché non l’abbiano veduta e cionondimeno così è. E questi pesci si giacciono in acqua oleosa ivi portata dalla contrada portoghese a cagione della natura grassa che è in lei come i succhi del torchio delle olive.2

Vi chiedete di cosa stia parlando? Descrive una scatola di sardine alla maniera della letteratura cavalleresca.

Tra le difficoltà con cui ci si scontra leggendo l’Ulisse, in ordine di gravità crescente, troverete:

  • migliaia di parole inventate, come “scrotocostrittore” e “verdemoccio”. In questo caso, il grado di difficoltà è basso – il significato è abbastanza immediato, generalmente;
  • il celebre e temuto flusso di coscienza, che diventa tanto più semplice da capire e seguire una volta compreso cosa sia esattamente: la resa dei pensieri così come compaiono liberamente, senza censura e organizzazione logica;
  • parti in dialetto dublinese (per giunta del 1904, anacronistico già nel 1922);
  • citazioni in lingue antiche o moderne senza spiegazione o traduzione;
  • una nuova tecnica narrativa per quasi ogni episodio: ce ne sono di narrati in maniera tradizionale, con flusso di coscienza, con titoletti da quotidiano, scimmiottando gli stili letterari inglesi dalle origini al tempo della composizione del romanzo, le riviste per ragazze (il Cioè d’epoca – vendono ancora Cioè?), i trattati scientifici, il teatro.

Diciamo che pensando ai suoi futuri lettori Joyce aveva aspettative un tantinello elevate.

2. Perché il monologo interiore? Non poteva parlare come mangia?

Il monologo interiore – il modo in cui viene reso il flusso di coscienza – sembra una tecnica narrativa tanto cervellotica ed estrema ma il concetto su cui si basa è davvero semplice: descrivere i pensieri così come avvengono nella realtà, senza ordine e logica. La stranezza non è nella tecnica in sé ma nel contesto – il fatto che siamo abituati ai libri convenzionali, che parlano così:

“In casi come questo si usa, credo, esprimere un senso di gratitudine per i sentimenti dichiarati, per quanto poco essi siano ricambiati. La gratitudine è naturale, e se io riuscissi a provarne, ora vi ringrazierei.”3
— J. Austen, Pride and Prejudice, traduzione mia.

Per quanto io ami la Austen e sappia citare a memoria questo passo, dubito che se l’uomo che detesto più di tutti nell’universo – che so, Darth Vader, o uno qualsiasi dei ministri dell’attuale governo – mi facesse una proposta di matrimonio riuscirei a esprimermi in questo modo.

I pensieri e le parole come vengono a noi comuni mortali sono un fritto misto di percezioni fisiche del momento, ricordi sovrapposti di epoche passate, ambizioni, desideri, ideologie, nostalgie, impegni della giornata, lutti, piccole prese in giro. Joyce ha provato a renderli in quella che secondo lui era la maniera più realistica.

3. Perché è ambientato in un giorno solo?

Questa è una storia romanticona. Tutto l’Ulisse è ambientato il 16/06/1904, il giorno in cui il giovane Joyce è andato al suo primo appuntamento con la futura moglie Nora.

A parte gli scherzi, i modernisti e i post-modernisti hanno sperimentato molto con il tempo del racconto, stiracchiandolo o condensandolo a più non posso.4 Perché? Il succo è che il modo in cui percepiamo le cose non è necessariamente equivalente al tempo dei calendari o degli orologi: ci sono anni obliterati da uno schiocco di dita e giornate che sembrano durare un decennio. Di fondo, è vero che quello che ci succede durante il giorno – e il modo in cui vi reagiamo, pensiamo e sentiamo – contiene in miniatura tutta la nostra esistenza. Per Joyce, come trascorriamo i nostri giorni è come trascorriamo la nostra vita.

4. Cosa c’entra l’Odissea?

Ah, quello. Diciamo che potete leggere il libro senza curarvene. L’Odissea, oltre a essere uno scheletro mitico su cui l’Ulisse si poggia, è l’epica di cui l’Ulisse vuole essere la parodia.

I vari episodi sono ricchi di richiami sotto forma di immagini, motivi ricorrenti, echi. Le sirene sono due bariste di Dublino, il Ciclope un orribile antisemita incline alle risse, l’episodio di Circe (quando i nostri eroi vengono trasformati in porci) si svolge in un bordello.

Una parodia se vogliamo è un rovesciamento: la più grande avventura di sempre viene ripresa in un romanzo la cui trama è scomposta come la vita di tutti i giorni. Un rovesciamento che agisce su più livelli. Prendiamo ad esempio l’eroismo: i veri eroi non sono quelli tutti hybris dell’epica, che combattono contro mostri e draghi, ma sono esseri umani a tutto tondo che non fanno nulla di eroico, sono piccoli, tolleranti, umani, fragili, mediocri. Una scelta del genere in un mondo impegnato nel carnaio della Prima guerra mondiale, con tutta la sua retorica guerrafondaia, è molto forte.

5. OK, ma ci sono anche dei buoni motivi per leggerlo?

Lo so, ho parlato solo di cose spaventose. Ma aspettate, ci sono anche degli aspetti gai!

  • Tanto per iniziare, ha una festa tutta sua, il 16 giugno. Di quanti altri libri si può dire? Giusto la Guida galattica per autostoppisti.
  • Celebra l’essere umano e la quotidianità, mettendoli al pari della più grande epopea della storia. È vero che contiene parole lunghe e difficili ma non è contorto: ci sono persone che fanno cose di tutti i giorni che potrebbero accadere a chiunque di noi, come comprare sapone, spiare i passanti, fare la fila dal macellaio.
  • Fa ridere. Essendo una parodia, è importante non leggerlo troppo seriamente. Non vi aspettate però una comicità da Zelig: non ci si schiaffeggiano le cosce quando si legge l’Ulisse. C’è un’ironia gentile che vi accompagna per tutto il libro. Per farvi capire cosa vi dovete aspettare, ecco come Joyce descrive suo padre in Dedalus (Cesare Pavese mi perdonerà, ma non trovo la mia traduzione nelle scatole del trasloco):
    “Uno studente di medicina, un vogatore, un tenore, un attore dilettante, un politico sbraitante, un piccolo affittacamere, un piccolo investitore, un bevitore, un brav’uomo, un contastorie, il segretario di qualcuno, un qualcosa in una distilleria, un ispettore delle tasse, un fallito e – in questo preciso momento – un estimatore del proprio passato”5
  • È una lettura molto gratificante: quando si riesce a cogliere uno degli echi, dei riferimenti, è come se Joyce stesso uscisse dal libro per toccarvi la mano.

Mi fermo qui: se decidete di scalare questo Everest letterario, non vorrei sottrarre nemmeno un altro minuto al vostro piacere. Se poi mi volete raccontare com’è andata per voi (l’avete/mi avete: odiato; amato; disprezzato) fatevi vivi qui sotto.


Nella prossima puntata, parliamo delle traduzioni italiane.

  1. Un esempio: nel primo episodio di cui è protagonista, Bloom usufruisce del suo cesso e si pulisce il deretano con una rivista letteraria.
  2. “And there was a vat of silver that was moved by craft to open in the which lay strange fishes withouten heads though misbelieving men nie that this be possible thing without they see it natheless they are so. And these fishes lie in an oily water brought there from Portugal land because of the fatness that therein is like to the juices of the olive press.” Traduzione di Giulio De Angelis – Mondadori.
  3. “In such cases as this, it is, I believe, the established mode to express a sense of obligation for the sentiments avowed, however unequally they may be returned. It is natural that obligation should be felt, and if I could feel gratitude, I would now thank you.”
  4. Si usa dire – penso solo in Italia – che Joyce sia un decadente. Mi sembra una sonora cazzata.
  5. “A medical student, an oarsman, a tenor, an amateur actor, a shouting politician, a small landlord, a small investor, a drinker, a good fellow, a story-teller, somebody’s secretary, something in a distillery, a tax-gatherer, a bankrupt and at present a praiser of his own past.” — A Portrait of the Artist as a Young Man

3 comments on “Avete abbastanza fegato per leggere l’Ulisse di Joyce?

  1. Simona Bianchi

    Recensione diversa, arguta e illuminante. Mi hai fatto divertire. E te lo dice una che l’Everest ha provato a scalarlo più di una volta fallendo sempre miseramente, cosa di cui non vado fiera ma che ho imparato ad accettare. D’altronde non mi piacciono neppure le tanto decantate ostriche…

    • Le ostriche fanno schifo. È come bere acqua di mare con qualcosa di viscido dentro. Non scherziamo su queste cose, per favore 😀

  2. Simona Bianchi

    Ecco. Ci siamo capite 😂

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