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Le case degli olandesi (e la nostra)

Abbiamo aspettato che il mercato immobiliare olandese raggiungesse i livelli di follia più astrali degli ultimi decenni per fare la bella pensata di comprare casa. Direte: togliete subito la facoltà di intendere e di volere a questi due poveri sprovveduti, prima che facciano ulteriori danni alla propria prole! Ma aspettate, vi spiego.

Dal 2015 al marzo di quest’anno avevamo già buttato un sesto di casa in affitto. E nemmeno dico di fare un passo indietro e pensare a tutto quel che abbiamo sborsato negli ultimi vent’anni perché penso che ci dovremmo chiudere nella doccia, aprire l’acqua e singhiozzare per giorni. In tale prospettiva cosmica, l’andamento dei prezzi sembra una sciocchezza, ne convenite? Abbiamo dunque scelto la nostra casetta ad Haarlem proprio nel momento in cui i prezzi erano appena saliti del 18% rispetto all’anno precedente – è una di quelle in mattoncini tutte strette l’una all’altra, con sottoscala per eventuali Harry Potter che si offrono e mini cortiletto sul retro.

La viviamo piuttosto bene, visto che il rischio serio era che i prezzi continuassero a lievitare, vuoi per la risalita naturale che si è avuta un po’ ovunque dopo un decennio di crisi, vuoi perché il Randstad, la conurbazione metropolitana in cui viviamo, è una delle aree più densamente abitate d’Europa, vuoi per la moderna fuga da Costantinopoli invasa dai turchi che è la Brexit, che sta influendo pesantemente sul mercato immobiliare di Amsterdam e dintorni.

Insomma, per farla breve, in questo periodo le case vanno via come il pane. Ho scoperto – non c’è mai fine alla meraviglia – che la famiglia olandese media visita quattro immobili, prima di scegliere quello definitivo. (Ad Amsterdam, ne vede due prima di scegliere.) Noi, che decisamente non rientriamo nella media, di case ne abbiamo viste quattro. A settimana. Per sei mesi.

 

Dopo aver spulciato una tale catasta di immobili, ho capito una cosuccia o due sugli olandesi. Ad esempio, che se non fai foto di famiglia in posa – con trucco, parrucco e fotografo professionista – non sei nessuno. Che le scale assassine sono in tutta probabilità la prima causa di morte nel paese. (In precedenza, avrei scommesso sui ciclisti.) Ma soprattutto, che gli olandesi sono dei Marie Kondo nati. Qui è tutto un decluttering: nei capanni in giardino ci sono due bici, una valigia, una vecchia radio, null’altro. L’armadio in camera da letto a due ante sembra appena in grado di contenere i nostri asciugamani, e non l’abbigliamento di due persone per una stagione. I salotti e le cucine sono tutti organizzati al millimetro secondo principi montessoriani con tavolini da tè di legno massiccio, divani di design, mini mobiletti per formiche in cui non c’è posto per alcunché.

I rari casi di kitsch si limitano alle pareti e al giardino: frequenti le frasi motivazionali o i versetti dei Beatles in quadretti o stencil (Love is all you need!) e le papere o i bulldog di pietra nelle aiuole. Fatevi un giro su Funda, il sito per la compravendita di immobili, per vedere che intendo.

Io non so gli olandesi dove mettano la robaccia. Che so, i libri brutti. I CD usciti dalle riviste. I vestitini corti che qualcuno continua a comprare sebbene indossi solo felpe lunghe e leggings di cotone da 7 euro di Decathlon, dato che lavora a casa.

Nel trasloco, che è ben lungi dall’essere finito, al contemplare il nostro caravanserraglio è prepotentemente emersa una fondamentale differenza tra culture. In Italia c’è l’abitudine ad ammassare guardaroba sterminati. In Bulgaria, ad ammassare tutto. Tutto. Essendo il consumismo un’importazione relativamente recente, dopo un’epoca in cui le scarpe erano di pochi modelli e bisognava fare la fila per la carta igienica (e le cose belle potevano essere usate come moneta di scambio o come regalia per velocizzare qualche pratica o assicurarsi un trattamento di favore), noi bulgari siamo abituati che intanto compriamo e poi magari si vedrà, forse un giorno ne avremo bisogno.

Non solo. Venuto meno il socialismo, nei primi Novanta l’inflazione era tale e tanta che lo stipendio che veniva percepito a inizio mese andava speso immediatamente: dieci giorni dopo poteva essersi dimezzato. (Aggrappatevi forte a questo pensiero quando qualche genio della politica vi parla di referendum di uscita dall’euro.)

Non so se sia così in tutti i Balcani, ma dalle mie parti presentarti a casa delle persone a mani vuote è davvero impensabile. Fiori, pasticcini, una bottiglia, ma anche – perché no – statuine di ceramica, ninnoli, angioletti con ali d’uncinetto, sciarpe, calzini, guanti di un’altra misura sono tutte cose nella sfera delle possibilità. Come abbiano pensato di imporre il socialismo in simili condizioni ancora non me lo spiego.

Tale connubio di abitudini si sposa male con il capitalismo (e con i viaggi; mi ci sono voluti anni per smettere di ammassare roba in valigia a ogni viaggio, anche se capita ancora di farlo, occasionalmente.)

Dopo una vita da nomade, ho un rapporto strano con i bagagli che mi porto dietro. Da un lato li odio con tutto il cuore. Anelo a una vita senza pesi. Dall’altro, non avendo la mia famiglia vicino, queste cose mi seguono come surrogati. I piccoli oggetti connessi a un momento e a un ricordo sono un legame con la mia vita finora: i disegni di mio fratello bambino, un brutto cappello di lana fatto a mano da una zia lontana che non ho mai messo ma che questa persona ha fatto con il cuore per me, vecchi quaderni e album di foto. Come a ogni trasloco, ho l’ennesima possibilità di liberarmi di tutta questa zavorra, e ancora una volta la sprecherò.

Ci sono persone molto più radicate, che si sentono di appartenere a una patria, a una bandiera, a una casa. La mia bandiera e la mia patria sono tutte comprese qui in questo mucchio di ciarpame caro solo a me, che mi segue nella mia piccola nazione di tre, ovunque essa si trovi. Sono l’assicurazione che, dopo il piccolo strappo che si rinnova a ogni trasloco, fatto di sovraccarico di fatica fisica sommata a un persistente senso di vuoto che mi accompagnerà per qualche settimana, un giorno di giugno uscirò dalla doccia, o scolerò la pasta, o chiuderò piano la porta dopo aver messo Gaia a letto e nel rimirare qualche oggetto familiare – qualcosa che mi segue di casa in casa da decenni – mi sentirò improvvisamente nella mia patria, anche qui.


Di recente ho ragionato sulla faccenda newsletter e mi sono accorta che nel marasma di email che ricevo ogni giorno, leggo molto volentieri quelle in cui qualcuno mi racconta qualcosa. Smetto quindi di spedire letterine contenenti solo i post e passo a questa sorta di chiacchiera tra amici. Se vi va di ricevere la letterina dalla Vladina, ecco qui: 




Una cosa ve la posso garantire: saranno le newsletter più rare che ricevete.

2 comments on “Le case degli olandesi (e la nostra)

  1. Scrivi in un italiano bellissimo, graffiante e divertente. Complimenti!

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