Gli stereotipi sull’Olanda, raccontati dalla Zia Elvira che è in me

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Ero già venuta in Olanda, tredici anni prima di trasferirmici, con l’Interrail Pass – praticamente nell’era ternaria – ma siccome all’epoca non è che fossi confortata da chissà quale raffinata cultura antropologica, non ho saputo cogliere molte sfumature. Così, quando l’anno scorso è arrivato il momento di muovere alla volta dei Paesi Bassi, venivo armata unicamente dei classici preconcetti, ripetuti da ogni persona che ho incontrato prima di mettere piede a Schiphol, e che ora procederemo a decostruire.

1. “Ci sarà sicuramente un clima di merda” 

Questo è il tipico pensiero di chi ritiene che ogni altro paese al mondo si trovi in Lapponia, e che l’Italia sia un piccolo angolino di mondo tutto speciale e benedetto dalle divinità, su cui queste ultime continuano a prodigare ogni giorno cura e amore fottendosene bellamente del resto dell’orbe terracqueo.

Tanto per cominciare, ecco com’è il clima in Olanda, secondo il sito ufficiale Holland.com. Nella media, possiamo dire che è più mite del clima che c’è all’Aquila e più rigido di quello delle isole greche. Una cosa è certa: è perfetto per quelli di voi che trascorrono la vita a lamentarsi del tempo.

Accettiamolo: il clima ideale di ciascuno è quasi sempre il clima del posto in cui è nato. Io vengo da Sofia, che giace sulla stessa latitudine di Marsiglia o di Firenze, ma a 700 metri d’altezza e parecchio distante dal mare: banalissimo clima continentale, fa 30 gradi a giugno e -15 a gennaio, con tutte le stagioni al loro posto e perfettamente riconoscibili che cambiano gradualmente e ti fanno sentire come se vivessi in quattro città diverse. Per me, il clima in buona parte d’Italia – insopportabilmente umido, senza un inverno che si rispetti, con piogge torrenziali che trasformano le strade in fiumi e un sole che fa regolarmente andare a fuoco i boschi e scioglie l’asfalto – è chiaramente contro l’ordine naturale delle cose.

E questo nelle regioni con clima sublitoraneo, perché non dimentichiamo che ci sono anche posti, come quello da cui viene l’Uomo, dove fa regolarmente più freddo e piove di più che nell’Olanda del nord, pur trovandosi a più o meno due ore da Roma.

Il clima batavo è una celebrazione delle piccole sfumature impercettibili: c’è più o meno la stessa temperatura giorno e notte e soprattutto zero fenomeni eclatanti. A un certo punto a febbraio ho sentito un tuono e mi sono accorta che da agosto, quando mi ero trasferita qui, non era mai capitato.

Se proprio volete sapere la mia, in generale rimprovero al clima del posto una certa indecisione: indosso gli stessi abiti dal primo ottobre al primo maggio. Ogni tanto avrei desiderato una bella nevicata, invece niente di memorabile. E la cosa che veramente detesto – che ognuno c’ha la sua, no? – è il vento.

Haarlem

 

2. “Si mangia male” o, variazione sul tema, “Il caffè fa schifo”

Eh, mannaggia. Lo ribadiva qualche giorno fa Federico Francesco Ferrero (giuro, si chiama proprio così, e Beowulf fatti da parte che abbiamo il nuovo campione d’allitterazione) su La Stampa. Intanto ieri noi abbiamo cenato con le tapas spagnole, martedì il sushi, la settimana scorsa abbiamo ordinato unicamente variazioni sul tema dim sum in un ristorante di quattro piani con cucina cinese del Sichuan, interamente frequentato da cinesi. Se non bastasse, ci sono anche steak house uruguayane, ristoranti argentini e vietnamiti, fast food del Suriname, cucina macrobiotica con i fornitori elencati sul sito uno per uno, e ovunque piatti vegani, vegetariani, per celiaci; tutte le varianti di indonesiano che vi vengano in mente (Sumatra, Bali, Giava), una pizzeria bio buonissima a 300 metri da casa e tutta l’alta cucina italiana e francese che c’è. E questo a massimo venti minuti dalla nostra soglia. No ma, vi giuro, soffriamo tantissimo!

Chi dice che in Olanda si mangia male lo fa partendo dalla prospettiva etnocentrica di cui sopra: “la casalinga dei Paesi Bassi non sa fare la pasta al dente”. Sarà pure vero: al cibo non è dedicata la stessa attenzione che c’è in Italia, ma ciò non toglie che si tratta dell’equivalente gastronomico della rana nel pozzo. (D’altronde, non si può di certo accusare l’italiano di cosmopolitismo o tolleranza: per carità, lungi da me.)

Per il caffè la situazione è leggermente più complessa. Meno male almeno che viviamo nel 2016, ché ancora dieci anni fa la situazione in Europa era drammatica. Il caffè può essere buono nei posti espressamente dedicati (no, non da Starbucks), ma bisogna un po’ sperimentare ed è necessario essere molto specifici nell’ordinare: non semplicemente een kopie koffie che sennò ti arriva la broda tipo zuppa di miso (generalmente meno bruciato dell’espresso e se ce la fai a buttarlo giù, prego), va ordinato un espresso singolo ristretto.

Problema più serio invece il cappuccino, che arriva quasi sempre a temperatura di fusione atomica e in quantità incongrue. Se ne volete uno buono cercate i posti dedicati, non ordinatelo nelle catene. Il caro D continua ad avere fiducia nell’uomo e prova a ordinarlo tiepido. Io risolvo preparandomelo a casa perché invece il latte in Olanda è buonissimo.

Infine per l’aspetto spesa: benché lo standard di vita sia leggermente più alto, per far compere al mercato o al supermercato non devi vendere le cornee, come può accadere nel Regno Unito o negli Stati Uniti. Inoltre, la verdura buona, bio, cresciuta con amore, criteri etici e ninne nanne esiste ed è diffusa. Ci sono alcune cose che si trovano solo in negozi specializzati (come la pasta fresca o la mozzarella). Una cosa in particolare ancora non riesco a trovarla e a voi farà ridere, lo so: la cicoria (da fare ripassata). Mi manca terribilmente.

3. “Sono freddi”

La mia vicina nonché padrona di casa ci ha suonato alla porta nel giorno di Sinterklaas (il 5 dicembre) donandoci un dolcetto impacchettato con cura e chiedendoci se ci andava di vederci per un aperitivo seguito da cena, un giorno o l’altro. Abbiamo detto di sì ma nonostante vivessimo da mesi in Olanda la data è comunque riuscita a frastornarci: il 23 aprile, un sabato. Fino a quel momento, un simile preavviso l’avrei trovato accettabile solo da parte di chi doveva prenotare un volo intercontinentale. Voglio dire, abbiamo parenti che pianificano di sposarsi in un altro paese nel tardo autunno e ancora non sappiamo la data, e siamo a fine settembre.

Questo anticipo, le prime volte che ti ci scontri, è seriamente insultante: ma che mai avrà da fare da qui a gennaio 2017, ti domandi, che si frapponga tra lui/lei e l’immenso piacere che deve necessariamente provare quando si trova in tua compagnia?

Due cose, mi pare (anche se mi riservo di proseguire nell’indagine). In primo luogo, l’esigenza di onorare i propri impegni: il non essere puntuali o – peggio mi sento – il non presentarsi non è proprio previsto. Se a un olandese dici cose che la gente dice normalmente a Roma, come “Ah, domani quindi braciata a casa tua? Dai, magari passo”, penso che gli verrebbe un coccolone. La cosa è vissuta con grande senso del dovere e abnegazione, come le visite ai nonni. L’agenda è sacra, le cose lì dentro entrano a fatica ma una volta che ci sono è come se fossero tatuate.

Due situazioni che non possono verificarsi con un olandese:

Due situazioni che non possono verificarsi con un olandese: “Che combini? Mangiamo un boccone che ti racconto?” o “Ieri poi non sono passata più, scusami ma abbiamo fatto tardi da Caio”. Negli impegni sulle loro agende anche le cose più marginali, tipo “Serata sul divano a vedere X”, evento che una volta inserito lì dentro assume dignità massima e non può essere spostato nemmeno per nozze, funerali o incontri sentimentali o sessuali. Tra l’altro l’impegno è presentato nel massimo candore: “Scusami ma tra due settimane non posso, ho messo in agenda che devo grattarmi il culo per due ore, quindi come vedi dobbiamo spostare.”

Il verdetto finale, quindi, è: sì. Zero spontaneità.

4. “Si vestono di merda”

Ecco, su questo argomento non ho molto da dire: in questo momento indosso un pantalone africano preso da una bancarella a 3 euro forse due anni fa e una t-shirt magenta di cotone, spero. Non mi considero proprio un’autorità, come dire. In generale compro qualsiasi cosa io veda di colore rosso.

L’altro giorno ero in un caffè ad Haarlem per il brunch e accanto al tavolino sono passate due ragazze italiane che dicevano “vedi però qui nessuno si mette un colore, è tutta una tinta indecisa e melensa, è tutto beige”. Lo dicevano con molta acrimonia, devo dire, e questa animosità continuo a non capirla: ma che vi frega di come si vestono gli altri? Perché continuate a viverla in maniera così egocentrica, come un’offesa personale a voi stessi? La lontananza dall’Italia e da questi ragionamenti da nonnette amareggiate dalla vita già da ventenni devo dire non mi dispiace.

Per tornare al nostro argomento, penso che due cose influiscano sugli abiti in Olanda: la bicicletta, e il protestantesimo. L’una elimina immediatamente la possibilità di indossare tacchi o abiti poco pratici, l’altro fa sì che il principio ispiratore di molta estetica sia uno che in Italia è dimenticato da millenni: Ars est celare artem. Per rispondere alla riforma protestante in Italia è nato il Barocco, mentre dall’altro lato si vietavano le statue e i dipinti nelle chiese. Fatevi due conti.

Per concludere, quello shock che ti viene quando vai in Irlanda e vedi ragazze in sandali e abitini moda mare d’inverno, truccate come Miss Piggy con i toupée in testa e le ciglia finte, qui generalmente non avviene. Le persone si coprono mediamente in maniera adeguata quando fa freddo, e in generale vige il negligé.

La mia preferita: 5. “Tutti drogati, eh?”

Qui, il discorso è lunghissimo. Mi sono fatta lo sfogo su Snapchat qualche giorno fa – a partire da quelli che mandano commenti gongolanti pensando che uno qui gira con la space cake in tasca quando va normalmente in metro – e non mi voglio dilungare. Vi dico solo: andatevi a guardare le statistiche sui più fumati d’Europa e fatevi due domande. Non sto a rifare tutto uno sproloquio ché questo non è il luogo, ma la questione che non entra nelle vostre zucche è semplice: tollerare o legalizzare una cosa non significa incoraggiarla. Non è che il parlamento in Olanda pensi che sia bello drogarsi o andare a prostitute, ma ritiene che non valga la pena sbattere in galera qualcuno che compie un crimine contro la morale, e quindi un crimine senza vittime. Questo significa fare politica a partire da ragionamenti pragmatici – di studio del fenomeno senza farsi distrarre da questioni di principio, nell’ottica di ridurre i danni. Smettetela di fare la figura dei bacchettoni e ragionateci.

BONUS
“Sono spilorci”

Inglesi e olandesi si sono contesi il dominio dei mari per tanti secoli e quindi a lungo si sono cordialmente detestati. In inglese ci sono moltissime espressioni dispregiative nei confronti degli olandesi, ad esempio Dutch courage (il coraggio che ti dà l’alcool) o Dutch generosity (la tirchieria). Cose che lasciano il tempo che trovano, a mio avviso.

Infine, “Come fai a lasciare la bellezza dell’Italia e andare a vivere altrove?”

Eh guardate qui è proprio brutta, infatti è un casino.

Zaanse Schans

Zaanse Schans.

Keukenhof

Il Keukenhof: il regno del Dio Bulbo.

Leiden

Una semplice casa di Leiden

Maastricht

Maastricht in autunno

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.