Italianità / 5: Cartoline dall’Italia

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Questo post è il quinto della serie “Da mangiabambini a mangiaspaghetti: un viaggio durato 20 anni“ e a oggi è il più tragico. Pensarci mi ha amareggiato per mesi, quindi preparatevi a poderosi sentimenti misti.

“Daniela, il tuo telefono è disattivato, mi sono preoccupata! Che succede?”
“Mi sono trasferita in Olanda.”
“In Olanda! Ma diamine, vivevi a Roma, come ti è saltato in testa?”.

Questo discorsetto me l’hanno fatto: papà, un paio di amiche di mamma che – anche ora che sono una vecchia ciabatta – continuano a seguirmi con una sorta di sguardo materno surrogato e a chiamarmi da Sofia una-due volte l’anno, e altri amici e cugini che non hanno mai vissuto in Italia. Ai loro occhi, come a quelli dei turisti e dei visitatori di passaggio che l’invadono a frotte da decenni, l’Italia è la patria dell’incanto, traboccante di nomi evocativi e misteriosi di cui a un certo punto hanno sentito parlare, terra epicurea ed impenitente in cui si vive in allegria e leggerezza da mane a sera. Va da sé quindi che chi sceglie di lasciarla non può che essere un completo gonzo.

The great beauty

CARTOLINE DALL’ITALIA

Ricordo bene l’effetto che l’Italia ha fatto a me, la prima volta che l’ho vista. Avevo più o meno otto anni, era luglio, e per la prima volta sollevavo la cortina di ferro per scoprire che esistono al mondo posti sfarzosi, tutti colori fluo, giocattoli rumorosi e la libertà di far baccano, senza sentirsi soffocati sotto uno strato di tristezza o tenere per abitudine il becco chiuso per timore di tradire un pensiero scomodo. L’Italia nei tardi anni ottanta sembrava un posto scanzonato, pieno di cose su cui non avevo mai posato gli occhi, in preda a un’ilare e paffuta anarchia in ogni sua manifestazione. E capiamoci: l’anarchia, per chi proveniva da un’economia pianificata che aveva scelto di esprimersi con un’estetica utopistica, senza fronzoli, nemica di ogni leggiadria e amenità, era cosa buona e bella. Vi metto qualche fotina.

Per contrasto, le città italiane sembravano emerse dal terreno per una sorta di attività eruttiva secolare senza che qualcuno le avesse pensate, l’essenza stessa della libertà: una cosa per me del tutto curiosa e insolita.

Tre anni dopo, però, quando abbiamo deciso di trasferirci definitivamente (Madre era in attesa dell’arrivo di Fratello Minore mentre in Bulgaria si razionavano le forniture domestiche – l’acqua un giorno su due, la corrente un’ora su due, e ci si davano le dritte sul benzinaio in cui c’era benzina quella settimana – solo una quarantina di macchine in fila, forse ce la fai a fare il pieno da qui alla fine del weekend, se ti sbrighi), siamo approdati a un mondo diverso. Forti del pensiero che “Torneremo quando le cose si sistemano”,1 un gelido gennaio abbiamo raggiunto mia nonna nel piccolo paesino del Lazio meridionale in cui viveva da qualche decennio: un posto ghiacciato, umido e fuori dal mondo, in cui la mia unica amichetta era la figlia dei vicini che nei pomeriggi ingannava il tempo guardando la televisione e giocando – giuro su Dio – con un pacco di spaghetti, finché la madre non veniva a leggerle una ventina di volte la lezione di storia di prima media a mo’ di pappone, nella speranza che qualche briciola le rimanesse nella zucca la mattina dopo.

UNA DELLE TANTE ITALIE

Gli stranieri non mi credono mai quando dico che l’Italia non è per i deboli di cuore.

È vero che quando si emigra così, per sfuggire a un sistema al collasso, è normale ripartire dall’ultimo gradino della scala sociale, costretti a risalire lentamente la china e ad affrontare ostacoli di variabile entità, sotto forma di pregiudizi e barriere culturali nostre e altrui. Un bel colpo di spugna alla tua posizione sociale, qualsiasi essa fosse prima di partire: ti tocca tornare al Via. La diaspora dall’Est Europa – gente che il diritto allo studio e le politiche progressiste ce le aveva avute per davvero per cinquant’anni – aveva prodotto lo strano effetto di portare medici e ingegneri, architetti e giornalisti, nel cuore delle masse alienate occidentali. Ci erano state dipinte come moltitudini incolte, manipolabili e spiritualmente impoverite la cui vita trascorreva nell’inseguimento dei propri bisogni più elementari. Ovviamente pensavamo che fosse solo un modo per nasconderci il fatto che nel Primo Mondo a questi bisogni avessero trovato una risposta più adeguata che nel nostro, il Secondo. E invece: Entra la miseria, non più economica (l’abitante medio di Corviale viveva infatti materialmente meglio di un medico di Sofia), ma mentale.

L’analfabetismo funzionale affliggeva, ancora nel 2008, il 47% degli italiani, secondo Wikipedia (qui altre statistiche deprimenti sulle competenze). Oltre a essere un bel record europeo, il fenomeno è così macroscopico da smettere di essere un motivo di vergogna: perché nascondere le proprie mancanze se attorno a noi sono tutti così? Nella luminosa suburbia, l’insipienza è esibita con orgoglio, e generalmente è chi la sa lunga che viene guardato con sospetto. Davvero, sembra ci sia una legge non scritta: è meglio non fidarsi dei saputelli e circondarsi di gente di poco conto – più rustica e genuina.

Il sapere.

Il sapere: non qualcosa da scansare con leggerezza, ma da scagliare via con grande forza.

Dice: ma come sei arrogante. Può darsi, ma d’altro lato credete che chi vi dice che siete perfetti così come siete vi fa un favore? La verità è che discorrere con una buona metà degli italiani è come fissare l’abisso, come le interviste alle miss, come l’americano medio nei film demenziali. Una faccenda che mi fa sudare la notte, per il suo impatto sulle scelte economiche, personali, e soprattutto ai seggi elettorali.

“NAVE SENZA NOCCHIERO IN GRAN TEMPESTA”

Gli italiani migliori, la gente dalla schiena dritta, dacché esiste lingua per raccontarlo, hanno vita grama in Italia. Viene la maretta a leggere i grandi lumi che nel corso dei secoli, colmi di speranza, hanno pensato “dai, stavolta jaa famo”. Tipo Dante, Leopardi, Guicciardini: secoli di metatarsi sbattuti sullo stesso spigolo.

Più sono integerrimi o geniali o brillanti, e più sono disprezzati: ma io che parlo a fare, che perfino a Falcone sono riusciti a rinfacciare delle cose! Tutti si coalizzano nell’opera della demolizione, pronti a puntare il dito e a dipingere ogni scelta come un errore. Fateci caso: da vivi, quelli che hanno fatto cose straordinarie o avevano una qualche levatura morale erano tutti delle merde, attaccati su base quotidiana da branchi di lupi (Luca Sofri parla di “pigri demolitori di sforzi altrui”2). Poi dopo la morte, o le dimissioni, o i successi conseguiti altrove, tutti prendono a torcersi le mani e corrono al recupero.

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Tje, il parere medio sulla Cristoforetti.

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La mancanza di generosità sembra essere davvero trasversale.

No, per campare in Italia, l’italiano idealista deve nascondere le ambizioni. La storia insegna che chi si batte per questioni di principio o valori superiori, chi cerca di farsi promotore di un cambiamento – le donne e gli uomini tutti d’un pezzo, insomma – sono stati tutti emarginati, ammazzati o costretti a emigrare. Leggete la biografia di chi vi pare: Machiavelli, Vico, Galilei, Garibaldi, Mazzini, Foscolo, Fermi. Gente abbandonata a se stessa, nel migliore dei casi, o processata. Fior di giudici e giornalisti lasciati soli a combattere contro il crimine organizzato senza supporto alcuno. Perfino Colombo per scoprire l’America è dovuto andare all’estero. Gli unici, poderosi interventi sono stati volti a combattere i grandi moralisti e riformatori: Campanella, che ha trascorso 27 anni in galera; Bruno e Savonarola, bruciati vivi; e i patrioti, scannati o lapidati direttamente dalla folla, come Pisacane.

Se ancora vi domandavate il perché l’Italia continui a eleggere al proprio governo sfilze sterminate di gonzi o criminali, quelli che promettono di mantenere l’anarchia attraverso le scorciatoie e le scelte facili a breve termine, salvo poi dotarsi di governi tecnici e dittatori illuminati per cercare di arginare la tragedia, spero che il mio pensiero abbia contribuito in qualche misura a dirimere la questione, ma vi prego – ditemi anche la vostra perché io in cuor mio vorrei davvero sbagliarmi.

MA BUTTIAMOLA IN CACIARA

La diffusa ignoranza su ciò che accade nel resto del mondo crea un fenomeno curioso: l’appiattimento delle sfumature. È come se mancassero i punti fermi. Ad aprire i giornali online e offline si ha sempre l’impressione che si sia persa ogni misura.

Dal mio Google News di oggi.
Titolisti massimalisti.

Ci si attacca superficialmente a concetti vaghi, maiuscoli: TRIVELLE NO, VACCINI NO, LE MANDORLE A PIFFERO SOLO ITALIANE O NON VALE LA PENA VIVERE, e da lì prende il via una scarica di paroloni e di indignazione, il cui scopo ultimo sembra essere l’insultarsi e/o il gridarsi addosso a vicenda di persona o su diversi mezzi di comunicazione. Ecco una galleria di gif prese a caso.

Da questo non ti salvi: così come ci aspettiamo tutti di vedere da un momento all’altro gli attori di Bollywood prorompere in canti e coreografie, ovunque ci sia interazione tra due o più italiani in televisione o alla radio ci saranno a un certo punto insulti e grida – dai reality come Amici alle trasmissioni di approfondimento politico come La Zanzara su Radio 24.

All’inizio ci si stupisce ma poi ci si abitua anche alle regole dei litigi: uno generalmente pensa che ci siano cose assodate a questo mondo – le teorie scientifiche, per dire – e invece in Italia ogni cosa può essere oggetto di dibattito. Vince generalmente chi grida di più. E infine, e questa è la cosa peggiore in assoluto, le affermazioni sono giuste o sbagliate a seconda delle persone che le sostengono. Ragazzi, che fegato marcio.

ARCHEOLOGIA E PIETRAME VARIO

Credevate di esservi salvati e invece l’acrimonia continua, perché ormai conosco bene troppi paesi europei per non fare confronti.

Rispetto al resto d’Europa, l’Italia sembra essere da secoli ostaggio del suo ingombrante passato, fisiologicamente arretrata, bloccata com’è nella venerazione di tutto ciò che è locale e/o antico. La scarsa curiosità verso l’esterno fa sì che non ci sia stimolo a migliorarsi, e la vita prosegue immersa in pregiudizi ingiustificati sulla propria eccellenza, scagionati da ogni possibile piano per il futuro o desiderio di innovazione.

Sarà che nell’ultimo anno, prima di andarmene, ho vissuto a Roma, che amo con tutto il cuore ma a cui ultimamente sembra essere andato un bucatino giù per la trachea: assistiamo da anni a questo grottesco soffocamento e nessuno sembra saper praticare la manovra di Heimlich.

A Roma nel 2015 erano al tracollo: trasporto, scuole, aeroporti, ospedali, università, pubblici uffici, poste, aziende, banche, strade, connessioni – avete capito il concetto. No ma si vive bene eh, finché per un motivo o per un altro non ti tocca di andare al lavoro, prendere un aereo, laurearti, rinnovare la patente, abortire, navigare in Internet, fare una risonanza o spedire una raccomandata, perché allora sono cazzi.

Non è una questione di soldi che mancano, è proprio un’impostazione mentale – quella cosa che fa della burocrazia italiana quello che è – la speciale abilità nel mettersi di traverso. Vengo forse dal Paese più povero dell’Unione europea, fanalino di coda in tutti i sensi, dal PIL alla corruzione, eppure un tale macroscopico collasso nella gestione della cosa pubblica non si è mai visto – perfino nelle remote frange dell’Unione, se aspetti un autobus spesso quello poi arriva, se vai da un dentista hai ragionevole speranza che ti curi il dente senza crearti danni permanenti, e se ti colleghi a Internet navighi alla stessa velocità con cui navigheresti a Londra. Da leggere su questo: How Inefficient is Italy? Grossly.

E io niente, continuo a prendere Maalox su Maalox e a chiedermi perché: sono più di vent’anni. Ormai l’avrete capito: diventare italiani, amare l’Italia, è un sentimento che ti fa vivere nella frustrazione e nell’amarezza.

L’UOVO O LA GALLINA?

Una delle risposte più scontate alla domanda Perché sembra puntare naturalmente alle incredibili falle del sistema scolastico, che è al di sotto di ogni standard qualitativo. La preparazione degli insegnanti è oscena: il 25% di essi, nella mia esperienza, ha una cultura generale inadeguata al diploma di scuola superiore, figuriamoci all’insegnamento. La mia professoressa d’inglese alle medie pronunciava la parola finger con la “g” di gioco, quella di geografia non sapeva indicare la Grecia sulla mappa d’Europa, quella di storia alla prima lezione sulla nascita dell’universo ci ha parlato di Cristo. Ma con quale autorità questa gente si trovava a fare il lavoro che faceva? In virtù di quale stortura mentale ci erano arrivati?

E come sempre in Italia – nel lavoro, nella burocrazia, nel senso di sicurezza offerto al singolo, tutte questioni che meriterebbero dei post a parte – a queste spettacolari mancanze cerca di rispondere con la propria buona volontà il resto d’Italia, l’altro 50%, quello pieno di persone coscienziose che si sobbarcano di loro sponte i destini del resto del paese, che quando vanno all’estero brillano di luce propria, anime pie dal destino ingrato e dalla vita piena di frustrazioni a cui va il mio sincero e commosso grazie.

E niente, ogni post che passa mi accorgo che c’è ancora da dire. Scusate, prima o poi la smetto, promesso!


  1. La situazione economica è tornata al livello del 1990 solo circa cinque anni fa, come si evince dal grafico Real GDP in questa pagina. Una cosa da tenere a mente la prossima volta che dopo un pasto pesante vi sfiora il pensiero “Ma non era meglio se la Grecia falliva?”

  2. Luca Sofri, Un grande paese

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

Commenti (20)

  1. urgh. Mi hai ricordato un paio di cose

  2. Affondare gli uomini migliori ha solo un deprecabile scopo: giustificare le proprie mancanze. Non sentirai mai uno di quel 50% dare la colpa a se stesso di qualcosa. Se non lavora, o fa un lavoro orribile, o non riesce a dormire, o non trova parcheggio; non sarà mai perché è pigro, svogliato, disonesto, senza carattere o, perché no, semplicemente sfortuna e mancanza di talento. Ma lo vedrai sempre dare la colpa a (in ordine di importanza): l’europa, lo stato, il governo, i politici, i vigili urbani, l’europa, gli immigrati, la vicina di casa, i sindacati, le organizzazioni umanitarie, gli scienziati, le “lobby”, le macchie solari e le onde gravitazionali.

    Le persone migliori sono la dimostrazione vivente che sbagliano e, per questo, vanno distrutte. Poiché la lista di cui sopra affligge tutti, tutti dovrebbero trovarsi nella sua misera situazione. Se il “migliore” invece ce l’ha fatta, è perché “c’è qualcosa sotto”. E’ quel “qualcosa sotto” che salva la sua costruzione incrociata di “giustificazioni” ed è su quello che scaglia tutte le proprie energie.

    E infatti, ad esempio nella scelta politica, il cittadino medio non sceglie di farsi rappresentare da qualcuno “migliore di lui”, ma sceglie la retorica dell’uomo del popolo, del “quello come lui”. E i risultati, infatti, si vedono.

  3. La scorsa domenica, tornando dal teatro in tram, giacché a Roma c’era il blocco delle auto, mi è capitata una di quelle cose che solo in Italia (o forse anche in Tanzania, a pensarci bene): L’autista blocca il mezzo in curva perché c’è una macchina parcheggiata male e non può proseguire e chiede ai passeggeri di dargli una mano a spostarla, altrimenti la corsa finisce lì. In sette otto uomini, autista compreso, scendono e di peso sollevano la piccola utilitaria spostandola di qualche centimetro. Una pulita alle mani e si riparte. Questa è Roma. Appesi all’arte di arrangiarsi. La nostra rovina o la nostra salvezza? Sono incline per la prima delle due, eppure ho ammirato l’autista (e maledetto l’automobilista). Complimenti per il post e buona fortuna ad Amsterdam:)

  4. l’elogio a Savonarola con l’accostamento a Giordano Bruno è l’unica cosa che non condivido…….

  5. Le tue parole sono la dolente testimonianza di presa di coscienza e di abbandono di ogni speranza di cambiamento. Grazie per esserti espressa con tanta chiarezza: a questo va aggiunto, purtroppo, che sul web i testi scritti sono letti dal solo 50% di persone funzionalmente alfabetizzate. Per il resto hai mostrato bene il livello degli interventi. Che dire: nascerà la Resistenza alla Nuova Barbarie?

    • Grazie del sostegno. A mio avviso non si sta tornando indietro – nonostante l’aumento delle disuguaglianze che ha un impatto sulla scolarizzazione, anche grazie a Internet molte persone oggi si confrontano più che mai con i testi scritti, e l’alfabetizzazione sta sicuramente progredendo. Il punto è che non lo si fa abbastanza – anche perché si ritiene a torto di essere il meglio in assoluto in fatto di cultura mondiale.

  6. Gran bel post, molto ben scritto. Mi hai fatto ricordare perche’ me ne sono andato 16 anni fa e non mi sono mai voltato indietro.
    L’ignoranza e l’arroganza pero’ le trovi anche qui in Olanda, mi ci confronto in America

    • Grazie! A tempo debito (tra 25 anni) scriverò anche un post sull’ignoranza olandese. Sulla carta – se parliamo strettamente delle competenze – la differenza in termini percentuali però è davvero abissale. Quello che per ora mi colpisce ad esempio è che l’italiano brillante (in Italia o all’estero) lo è davvero in maniera maestosa, accecante. In Olanda ho visto – sempre solo finora – una certa, come metterla, moderazione in questo senso 🙂

      EDIT: parlo della gente che lascia il cervello a casa la mattina quando va al lavoro e non è autorizzata a compiere operazioni semplicissime. Questo piegarsi alle regole in spregio della propria intelligenza mi sembra un po’ buffo, ma forse è l’anarchia italiana che ormai fa parte di me.

  7. Muriel Zaccuri

    Non lo pubblichi in inglese?

  8. Hai ragione su tutto, ma ci devi perdonare, siamo solo “poveri italiani “.

  9. Sei brava. Hai letto “Come sopravvivere agli italiani”? Sono curioso di sapere che ne pensi.

  10. Marco P.

    Ciao Daniela, leggo con molto interesse le tue parole trovandoci all’interno molte verità, forse anche troppe!
    Io sono una di quelle persone fortunate e sfortunate allo stesso tempo, per situazioni che immagino tu conosca. Io ho deciso di farmi qualche anno fuori (attualmente mi trovo ancora nella penisola iberica) per non crescere con delle lacune che pensavo avrei avuto se fossi restato al paesello, con tutte le comodità che mi sarei ritrovato. Sono arrivato a capire che alcuni posti li ami ed odi allo stesso tempo e che non si cambiano le cose senza riuscire ad avere un ricambio culturale prima. Su cosa pero’ voglio rimproverarti, nonostante voglia ribadire il fatto che vedo molte ragioni in quello che scrivi… solo una (poi vabbè, su altre potremmo avere punti di vista un pochino differenti)!!!
    L’Italia ha tanti problemi, lacune, etc etc…. ma c’è una cosa sulla quale ce la combattiamo ai vertici, per non dire primeggiamo! E’ l’arte culinaria e conviviale, che penso avrebbe dovuto avere un poco di considerazione, anche per dare anche un tocco in positivo all’articolo.
    Un abbraccio
    M
    🙂

    • Ma ciao! Sai che penso che tornare a Roma dopo tre anni dalle tue parti non mi abbia fatto bene? Ero abituata troppo bene e a quel punto la città non poteva che farmi venire l’ittero ^_^

      Alla gastronomia all’epoca avevo dedicato un intero post, sai? 🙂

      Un abbraccio a te e buon Grand Tour.

  11. Marco P.

    Allora tornate a trovarmi, così faremo altre dediche 😉
    All the best
    M

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