Infinite Winter

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Era un giorno come un altro di qualche anno fa quando la mia amica Magda mi chiese se per caso avessi l’ebook in italiano di Infinite Jest di David Foster Wallace – per scambiarcelo del tutto illegalmente, usando un solo utente per leggerlo in due. (DeLillo, non avertela a male ma con te abbiamo fatto così.)

(E no, l’ebook di Infinite Jest non era ancora uscito: l’anno dopo l’avrebbe pubblicato Einaudi.)

Purtroppo, come saprete, oggidì non si scappa dalle proprie ricerche: uno innocentemente digita il nome di un libro e poi per mesi viene bombardato con ogni tipo di mezzo – e-mail, sms, aerei nel cielo che compongono la scritta “Dai, con un euro ti diamo tutta la bibliografia di David Foster Wallace, ti puliamo le finestre e ti pisciamo pure il cane”. Arrivarono le email con i saldi, mi trovavo in una fase molto saggistica e A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again era in offerta. Lo comprai ed è così che è cominciata.

Magda poi alla fine non l’ha più letto. E se in voi alberga anche la più larvata forma di giustizia dovete unirvi a me in questo appello: Cara Magda, se ho letto Infinite Jest è pure colpa tua, e adesso lo finisci anche tu se sei un uomo!

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[sic.]

IL MIO CONTRIBUTO ALL’INQUINAMENTO AMBIENTALE

Ogni dipendenza si descrive in queste quattro fasi: sperimentazione, uso regolare, uso a rischio (o abuso) e assuefazione. A un certo punto in una di queste fasi emerge il desiderio compulsivo di condividere con qualcuno l’esperienza: prova ‘sta roba che è divina. Lo stesso succede con chi legge questo opus così magnum. Non mi sorprenderei se 250.000 copie vendute avessero prodotto almeno 250.000 recensioni, reazioni di amore profondo o odio imperituro, inviti alla lettura (diversi dei quali – tipo quello di Tegamini e quello di Infinite Summer – sono parzialmente responsabili del mio tragico inverno infinito, dato che nemmeno io riesco a resistere ai piaceri fatali).

La mia non sarà una difesa di Infinite Jest, ché ve ne sono già di ottime e non credo di poter aggiungere alcunché: vorrei solo condividere qualche appunto e riflessione, così magari smetterò di pensarci continuamente e sarò libera.

A PROPOSITO DI SPOILER

Penso che in linea di massima se avete cercato un post su Infinite Jest è perché probabilmente lo avete già letto e ora siete immersi in una di queste due situazioni:
a) volete Capire (con la c maiuscola);
b) cercate la compagnia di anime affini.

Qui ci sono i pensierini sopraggiunti mentre ero in pieno binge reading, nonché subito dopo. Molti di questi pensierini riguardano sezioni avanzate della storia, quindi attenzione: ci sono degli spoiler.1 Per farvi stare più tranquilli, però, ve li metto in un bel coloretto prugna.

Che poi. Non è che si può davvero spoilerare Infinite Jest. Il primo capitolo rappresenta anche la fine (cronologica) del romanzo. Le ultimissime sezioni – che parlano di Gately e Fackelmann – vengono brevemente riassunte a più di 200 pagine dalla fine, mentre sospetto che il crudelissimo Bobby C inviato per riscuotere i debiti, alla fine, sia il C che muore spettacolarmente di overdose attorno a pagina 150. E i personaggi sono talmente tanti, la storia così piena di lacune da colmare da soli con la lettura lenta e attenta, che non c’è modo di raccontare tutto, si fa prima a leggere il libro.

In realtà, chi dice di spoilerare Infinite Jest sta probabilmente facendo delle pure illazioni (come quelle – bellissime – del compianto Aaron Swartz). Le domande a cui il mattone non risponde sono troppe, e si conclude lasciandovi in bocca lo stesso tipo di frustrazione di una VHS su cui finisce la pellicola a cinque minuti dalla fine del film. Se si contano le faccenduole che uno deve capire da solo (sempre e comunque aperte a mille interpretazioni), il volume totale come minimo raddoppierebbe.

20 ANNI DI INFINITE JEST

È un anno in cui il nome di David Foster Wallace ciccia continuamente. Tra il film The End of the Tour (che ho visto mentre leggevo il libro – no, non mi è piaciuto molto) e l’edizione del ventesimo anniversario, ho pensato che fosse finalmente arrivato il momento giusto, e il giorno di Natale ho comprato l’ebook in inglese, convinta che l’avrei finito in tempo per vantarmene su Twitter il 1° febbraio, giorno dell’anniversario.

Con mia somma sorpresa, ci ho messo molto di più. E non perché ero distratta: credetemi, in questi tre mesi, vita permettendo, non ho pensato ad altro. (Lo so, ho dei problemi.)

(Attorno alla trecentesima pagina, ho comprato anche la copia fisica, con pecettine e segnalibri e tutto.)

Stats

Rappresentazione grafica di una qualsiasi assuefazione.

MESE 1: “MA CHE DAVVERO?”

Nelle prime duecento pagine c’è un fottio di personaggi. Pagine e pagine di nomi, cognomi e sigle, racconti in terza e in prima persona in una pletora di dialetti, soprannomi che cambiano e che a volte non ricompaiono per altre trecento pagine, quando magari li avrai lasciati scivolare tranquillamente nella cantina del tuo SNC. Nomi di anni che non hanno senso: “anno del cerotto medicato Tucks”, oh ma che davvero?

E non dimentichiamo la terribile abitudine di far finire i capitoli nel momento di massima tensione, senza più dire come sia andata a finire. Ecco, se quella è una sensazione che trovate intollerabile, vi sconsiglio di proseguire che poi peggiora. È in questa fase che subentrano i casi più gravi di Blocco del Lettore, che miete ogni anno decine di vittime.

Sul perché ci siano toccati in sorte la storia di Kate Gompert, di Poor Tony o del padre di Steeply che pensa che “M.A.S.H.” sia in realtà un codice che nasconde il segreto della fine del mondo – vi rimando a quello che dice2 lo Spettro di Jim Incandenza la notte in cui visita Gately all’ospedale:

“Negli intrattenimenti che aveva fatto lo spettro in persona, lui dice che o erano muti o se non lo erano poteva star sicuro che si sentivano le voci di tutti gli attori, anche se si trovavano alla periferia cinematografica o narrativa; e non era il dialogo autoconsapevolmente sovrapposto di un poseur come Schwulst o Altman, cioè non era solo un’imitazione sapiente di caos uditivo: era il blaterio vero ed egualitario della vita reale delle folle senza figuranti, della vera agorà del mondo animato, il blaterio di una folla ogni membro della quale era il protagonista centrale e distinto del suo intrattenimento.”

Che Jim Incandenza sia l’alter ego di Wallace – Lui in persona, l’ingombrante suicida, l’uomo che ha creato Infinite Jest, opera rivoluzionaria ancorché incompresa3 – siamo tutti d’accordo, no? Quindi ogni film di Jim, oltre a contenere elementi utili sul film Infinite Jest, è un pretesto per parlarci di poetica. Questo significa che la nota 24 va letta tutta, non si scappa.

MESE 2: “ASPETTA DOVE L’AVEVO LETTO?”

Il secondo mese iniziano ad arrivare piccole soddisfazioni – un richiamo qui, un nome là, e improvvisamente inizi ad avere questo senso di quadro che si completa. Soffochi il primo desiderio di tornare indietro di qualche capitolo e rileggere più attentamente: un pensiero che scacci come un insetto molesto. Tanto smetti quando vuoi, no?

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Attorno a pagina 200, quando arrivi alla storia di Joelle, quel piacere sottile di tutti i pezzi che vanno al loro posto – che si prova quando completi un puzzle o leggi un giallo un po’ vintage – ti darà per qualche ora un illusorio sentimento di ristabilito controllo sul mondo.

Mentre ti inganni circa il tuo dominio sul reale, eccoti alla seconda fase della dipendenza: i comportamenti a rischio. Sono quella roba che fai quando fingi di esserti addormentato la sera per poi leggere di nascosto alle quattro di mattina, quando l’Uomo è in pieno REM.

MESE 3: “STASERA NON CENO TESORO”

Nell’ultimo mese ho letto 500 pagine A4 scritte piccole nelle pause pranzo (al posto del pranzo) e in settimana bianca. Ho mangiato come una bestia selvatica senza posate per fare prima, quando ero sola. Ho dovuto impormi con tutta la forza del mio super-ego di mantenere i livelli più elementari d’igiene e di alimentarmi negli orari prestabiliti. Ho comprato e letto guide alla lettura e analisi capitolo per capitolo. Ho preso appunti. Ho cercato riferimenti. Ve l’ho detto, ho dei problemi.

And Lo! Seguono riflessioni.

IL POST-POST-MODERNO: LA SOSPENSIONE DELL’IRONIA

“Più passano gli anni e più diventa difficile per Mario capire come mai tutti quelli che all’ETA sono più grandi di Ken Blott si trovano a disagio e si sentono imbarazzati di fronte alle cose vere. È come se esistesse una regola per cui le cose vere possono essere nominate solo se si roteano gli occhi.”

Mario Incandenza è una strana bestia. Vuole parlare della tristezza, di Dio, della felicità, e non appena lo fa tutti si imbarazzano e abbassano gli occhi, ma che c’ha sto figlio che non va, mandiamolo da qualcuno, uno psichiatra o un neurologo, controlliamo che non sia tardo. Mario non è tardo, è solo che non vive le cose con distacco.

Questa dell’orrore per la concretezza non è una preoccupazione recente, in letteratura. Eccovi Swann: “quando parlava di cose serie, quando usava un’espressione che sembrava implicare un’opinione su un argomento importante, aveva cura di isolarla con un’intonazione speciale, meccanica e ironica, quasi l’avesse messa tra virgolette, quasi non volesse assumersene la responsabilità, e dicendo «la “gerarchia“, sapete, come dicono le persone ridicole». Ma allora, se era ridicolo perché lo diceva? […] Trovavo tutto questo contraddittorio. Per quale altra vita si riservava di dire infine seriamente ciò che pensava, di formulare giudizi da non dover mettere tra virgolette, di non più abbandonarsi con puntigliosa cortesia a occupazioni che giudicava al medesimo tempo ridicole?”.4

Eppure, Mario è l’unico personaggio davvero felice (nonché l’unico in tutto il romanzo – che di personaggi ne conta più di 150 – che abbia avuto un rapporto genuino con suo padre). È da lui o da Lyle che vanno tutti a confessarsi e a cercare conforto e aiuto spirituale, a fronte del fallimento totale di tutti i professionisti della salute mentale, dalla psicologa Rusk all’esperto del lutto dalle mani piccole – inaffidabili ciarlatani che non sanno dare autentico sostegno ad alcuno.

Il distacco ironico è la malattia che affligge l’universo di Infinite Jest, e la cosa grave è che ne sono affetti tutti, e chi ne è immune è come quel pesce che parla agli altri pesci dell’acqua, sentendosi rispondere “ma scusa che cazzo è l’acqua?”. Più si è infelici, sentimentalmente insoddisfatti e non in grado di supplire alle proprie esigenze emotive più basilari, e più ci si distanzierà dalle emozioni. Infatti, è la prima cosa da gestire quando vai a disintossicarti – per un po’ devi vivere seguendo insulse frasi fatte come “Arrenditi per vincere”, “Un giorno alla volta” o “Per la grazia di Dio”. Finché improvvisamente la semplice verità di questi cliché inizia ad avere senso, e la cosa ti colma di terrore (un dente contro cui batte la lingua di tutti – Gately, Joelle, Lenz, Day, Erdedy).

Il libro pullula di bambini in cullette e lettini che aspettano inutilmente un adulto (la Madre) che non arriva. A volte degli adulti in effetti arrivano – ma per abusarne, non per prendersene cura (come Matty Pemulis, o anche Joelle). Anche Avril ha atteggiamenti completamente inadeguati verso i propri figli: non è in grado di cambiare i pannolini; quando Hal mangia il fungo riesce solo a girare furiosamente in cerchio senza occuparsi del bambino; ha fantasticherie sessuali e gelosie inappropriate per Orin; cerca sempre la giustificazione intellettuale per non agire e compiere il suo dovere di madre; e infine non sa fare richieste esplicite ma solo manipolare, distorcere e indagare.

L’inadeguatezza della cura genera, nei figli, paure e ossessioni – igiene, pulizia dei denti, ragni, altezze, scarafaggi – cui si fa fronte con la Sostanza, non importa quale. Pulizia ossessiva, marijuana, pasticche, whiskey, vodka, sesso, eroina, cocaina, perfino il lavarsi ossessivo dei denti di Tooty sono meccanismi per evitare il dolore, un disequilibrio che si propaga di generazione in generazione senza soluzione di continuità.

È anche a causa di questo – il buco generazionale, l’inanità degli adulti, gli abusi, la visione da dentro dell’adolescenza come momento pericoloso dell’esistenza, oltre naturalmente alla varietà di droghe di tutti i tipi – che si è parlato, in maniera spettacolarmente riduttiva, di romanzo grunge.

La lettura di certe sezioni non è di quelle che ti fanno soffermare più di tanto sulla compiutezza formale del testo. Anche se parla di assenza di sentimenti, Weltschmerz e insensibilità, Infinite Jest ti prende emotivamente a sassate e produce spesso reazioni violente. Ecco le mie:

Assoluta esasperazione accompagnata da bruxismo:

  • le chiacchierate sui separatisti del Quebec
  • la descrizione del flusso (“la Zona”) applicata al taglio delle unghie dei piedi
  • i “divertimenti” quebechiani: il gioco del prossimo treno e il bacio senza fine
  • gli elenchi radiofonici di Madame Psychosis
  • gli allenamenti mattutini in accademia
  • la filmografia di James Incandenza, che ho letto tutta, senza pentimenti, ma Dio sa se non volevo procurarmi del dolore fisico

Non mi abbandona l’idea che Wallace avesse scritto queste sezioni per scherzo, per vedere a che punto avremmo gettato la spugna gridando aiuto.

Cumuli di ansia:

  • la storia dei gatti di Lenz
  • il tentativo di suicidio di Joelle
  • l’attesa di Erdedy che sembra presa para para dai Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, solo che anziché attendere la creatura amata Erdedy è in attesa della tizia che gli porti l’erba

Tutte queste sezioni sono sterminate distese di caratteri senza pause e rientri a capo, un mucchio di terribile tensione senza respiro.

Infine il puro, inadulterato dolore psichico:

  • le violenze notturne su Matty Pemulis
  • la descrizione della depressione di Kate Gompert
  • il detox di Poor Tony Krause
  • gli orribili suicidi in cucina (il microonde esplosivo, le mani tagliate nel tritatutto del lavandino), e soprattutto
  • la binge di Gately con il Dilaudid, una cosa che – anche volendo trascurare il resto del libro – mi ha fatto giurare di mantenere la sobrietà sempiterna.

LA FELICITÀ TRA TERRORISMO E ALCOLISTI ANONIMI

Il fondamento filosofico di Infinite Jest, vera spina dorsale del romanzo che lega insieme tutte le altre sottotrame, è l’incontro nella notte del 1° maggio tra Marathe – il terrorista quebechiano, lo straniero – e Steeply – l’agente segreto, l’americano per antonomasia – in cui si indaga il legame tra scelta, felicità, piacere e dipendenza. Come spesso accade anche con Schtitt, il punto di vista di uno straniero funge da contrappunto per riflettere sull’America e per guardarsi da fuori con un po’ di prospettiva.

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L’americano e il canadese rappresentano i due estremi di una dualità – l’egoismo del piacere solipsistico vs. la mancanza di libertà insita nel sacrificio per una causa – che mette in evidenza i risvolti assurdi di entrambe le polarità senza risolverle.

Nelle chiacchierate compare l’onnipresente tema dell’infantilizzazione: siamo non a caso nell’anno del pannolone per adulti Depend. Per Marathe la libertà negli USA è la facoltà di fare le “scelte ingorde dei bambini”, frutto di un’idea miope di felicità personale, senza la guida di un padre amorevole – un tema che c’entra parecchio anche con le droghe e con la cartuccia di Infinite Jest, che offrono una regressione che protegge dal dolore, ma che prima o poi riportano l’adulto a uno stato infantile in cui non è più in grado di provvedere a se stesso e generalmente si piscia addosso nella totale passività. L’involuzione è coadiuvata anche dal progresso tecnologico, che favorisce l’isolamento e il ripiegarsi su se stessi, facendoci rinunciare alla comunicazione e ai rapporti significativi con gli altri, una necessità vissuta come un rischio.

Steeply incarna un altro dei temi chiave, la castrazione simbolica: la ricerca passiva di un’infantile beatitudine di massa, quella che anche Schtitt chiama “Il piacere felice della persona sola”, sembra aver prodotto negli Stati Uniti una sorta di evirazione metaforica. Immagino che in onore di questo Wallace abbia riempito il libro – in un modo che ormai va un tantino a cozzare contro la mia sensibilità – di travestiti, con un riferimento al piacere che non dà frutti, fine a se stesso e quindi autodistruttivo. Il paese non a caso ora si chiama “Organization of North American Nations”, abbreviato “O.N.A.N”.

Marathe d’altro lato ha sacrificato parte del suo corpo e ha visto morire i suoi fratelli in nome di un ideale di paese crudele e disumano, la cui violenza non è più in grado di tollerare, e che è sul punto di tradire per proprio tornaconto personale.

La soluzione a questa dialettica non arriva mai durante le conversazioni tra i due, ma le tematiche sembrano riallacciarsi alle interminabili riunioni degli alcolisti anonimi. È infatti nelle esperienze dei tossicodipendenti che scopriamo che le scelte attive, quelle difficili, che vanno rifatte giorno dopo giorno e che non ti proteggono dal dolore, sono il primo passo verso un’idea di felicità attiva e non autodistruttiva. Andare tutti i giorni a parlare con delle persone che si identificano con quello che dici, parlare senza ironia e senza dare colpe, e poi ascoltare a tua volta i loro racconti, è uno dei Dodici Passi verso la sobrietà, ciò che farà di te un membro attivo della tua comunità, a differenza della massa di “lonely people, home, alone”5. Anche se, come vediamo con Gately, questo significa provare tutto il dolore da cui ti eri protetto, smascherando il diritto/dovere al piacere imposto dallo smiley – il sorriso giallo stilizzato attaccato su tutte le cartucce di Infinite Jest – all’origine del mal d’America: il terribile obbligo di divertirsi continuamente e a ogni costo, inseguendo un’idea distorta di piacere.

Il protagonista di questo filo della trama è l’Ercole redivivo, Gately, alle prese con le sue dodici fatiche (una delle quali – non dimentichiamo – prevedeva il viaggio nell’Ade). Alla fine del libro, quando te ne stai appassito ed estenuato e l’unica cosa che ti rimane è riprendere con la mente ogni trama lasciata semplicemente pendere, cercando di immaginare, con un balzo della fantasia, gli altri dieci libri che erano da scrivere per concludere il tutto, la storia di Gately che si è proiettata nella mia camera oscura mentale mi ha fatto capire che in me c’è un’inguaribile romantica, ma di quelle proprio da Trama del matrimonio, Cenerentola, roba così. Che vi devo dire, sono un’inguaribile ottimista.

Detto questo, i romanzi che ogni lettore deve scrivere per sé sono nel paragrafo sotto.

LE RISPOSTE CHE INFINITE JEST NON DÀ E CHE DEVI RICAVARE DA SOLO CON UNA STRIZZATA ALL’IMMAGINAZIONE

  • Cosa è successo a Hal nell’anno di Glad, che intercorre tra l’ultimo capitolo e il primo?
  • Perché Hal si trova nel pronto soccorso in novembre nell’anno del pannolone Depend? Si parla di emergenza psichiatrica, quindi non dovrebbe essersi buttato dalla finestra per non giocare più a tennis, e non dovrebbe aver assunto la DMZ. È lì che incontra Gately e/o Joelle? Gately gli dirà di aver visto lo spettro di suo padre (come Orazio con Amleto)?
  • Perché Hal vede il riflesso di un coltello in uno specchio non pubblico?
  • Joelle è davvero sfigurata o indossa il velo perché vive la sua bellezza estrema (letale, come quella di Medusa) come una deformità?
  • Avril ha abusato di Orin bambino? È per questo che Orin non le vuole più parlare?
  • È Orin che ha aperto la tomba di Jim e ha mandato la cartuccia all’attaché medico e ai critici cinematografici per vendicare suo padre? Teoricamente, solo Avril, gli avvocati di Jim, Disney Leith e forse Mario sanno che delle cartucce sono state seppellite nella bara.
  • Cosa succede a Wardine, un’altra delle trame amletiche? E al figlio di Clenette? E a Kate Gompert?
  • Cosa succede a John “nessuna parentela” Wayne?6
  • Cosa trovano Hal e Gately nella testa di Jim? E cosa cercavano che non hanno trovato? In tutto il libro si parla di cartucce nascoste nella bara, ma cosa c’è nella testa?
  • Esiste la cartuccia antidoto?
  • Cosa ci fa una bottiglia di Wild Turkey vicino al cadavere di Jim se era sobrio da 90 giorni prima di suicidarsi?
  • Jim è stato ucciso? Se il riferimento mitico è l’Amleto, allora la testa nel forno a microonde è l’equivalente moderno del veleno nell’orecchio? E se è stato ucciso, è stato forse Tavis a farlo? Qual è il coinvolgimento di Avril in tutto questo? (Lo spettro non sembra assetato di vendetta.)
  • Quanto è coinvolta Avril con il terrorismo quebechiano? Ha dato lei la cartuccia a DuPlessis?
  • Quando Orin, alla fine, è chiuso nella trappola dell’AFR e sta per affrontare gli scarafaggi – la sua paura più grande (non vi ricorda un po’ i topi di 1984) – a chi si riferisce quando grida “Fatelo a lei!”? E cosa gli succede dopo l’interrogatorio?
  • Chi (o cosa) è Lyle?
  • Alla Ennet House qualcuno guarda Infinite Jest ed è per questo che Johnette Foltz dice di aver poi riconosciuto Hal “molto più tardi, alla luce degli eventi successivi”?
  • L’AFR riuscirà a trovare e replicare un master di Infinite Jest o il disastro globale verrà scongiurato? A giudicare dal colloquio nell’anno di Glad all’università dell’Arizona, il mondo non sembra sul punto di finire, ma è anche l’ultimo anno di tempo sponsorizzato: cadrà il governo Gentle? Il Quebec riuscirà nella secessione?
  • Chi ha rubato la DMZ?
  • Gately riesce a resistere a non prendere il Demerol in ospedale?
  • E infine, soprattutto, cosa succede nel film Infinite Jest?Come per il film sulla medusa e l’odalisca, conoscere il contenuto della cartuccia equivarrebbe a trasformarci in statue di pietra, quindi non ci sono riferimenti espliciti, solo alcuni resoconti contrastanti in cui si parla di ottiche particolari; di un incontro casuale attraverso porte rotanti; di Joelle, la donna dalla bellezza mortale, la Madre e la Morte, ripresa nuda e incinta (ma forse Molly Notkin si è inventata questa parte? O Joelle ha avuto un figlio di cui non sappiamo nulla?); e soprattutto, di una sequenza neonatale dall’interno di una culla, l’unica assoluta certezza, in cui la Madre chiede unicamente, e a lungo, perdono.

 

 

… AND THE TIDE WAS WAY OUT.

  1. Gli spoiler sono quelle anticipazioni della trama che, da Lost in poi, sono diventate peccato mortale, seppure non abbiano particolare senso se applicate a monumenti letterari o cinematografici che non siano basati su svolte incredibili nella trama. Si può spoilerare Mr Robot o Il sesto senso. Non si può spoilerare l’Ulisse o la Recherche.

  2. “Dice” si fa per dire ché non è che lo Spettro parli.

  3. E non vi pare anche che qualsiasi personaggio di un romanzo in lingua inglese che sia alto e dinoccolato, con gli occhiali, parecchio assetato e che di nome guarda caso fa James non possa che essere un rimando a Joyce? Un ritratto dell’artista da spettro.

  4. Marcel Proust, Dalla parte di Swann, del 1913.

  5. David F. Wallace, “E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction”, A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again: Essays and Arguments

  6. A proposito della traduzione italiana, sono andata a cercare un paio di citazioni nell’Einaudi mentre scrivevo il post e ho trovato quelle che a mio avviso sono scelte discutibili. Ho quindi preferito chiuderla e non pensarci più dato che si tratta proprio della faccenda che mi potrebbe fagocitare per altri otto mesi. Una è la traduzione di John “No Relation” Wayne > John “nessuna relazione” Wayne. “No relation” è un’espressione idiomatica che sta a significare che il quebechiano John Wayne non è legato da parentela con l’attore John Wayne: mi sembra ovvio che non stiamo parlando di relazioni generiche, quindi sarebbe più adatto l’equivalente in italiano John “nessuna parentela” Wayne. L’altra, ancora più curiosa, riguarda la traduzione di the howling fantods, espressione resa con i brividi. D’accordo, the howling fantods è un po’ un gergo inventato, ma è importante perché Wallace usa questa espressione continuamente, decine di volte, e tradurlo semplicemente con “i brividi” è mortalmente riduttivo. Non si poteva trovare qualcosa di meglio? Così su due piedi me ne vengono dieci, da latrato nervoso ad attacco isterico, anche senza disturbare il campo dell’invenzione linguistica, e io non sono traduttrice editoriale, per la miseria.

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

Commenti (2)

  1. Cazzo non hai spiegato il senso del libro. Attenti! Si tratta di una scrittura che sfugge tanto più ci si addentra nei particolari. E la trama non è ermetica compiuta e magari interpretabile a chiave, E’ aperta è incompleta. Credo che Orin abbia ucciso il padre, che scopasse la madre o meno. La madre lo sa.
    Il tema è, credo, il mondo che fa dell’intrattenimento, dell’inseguimento del piacere, la sua ragione sociale. I travestiti sono lì a rappresentare loro stessi, certo, e tutti i processi di mascheramento della verità, così lontana così vicina. Poi rappresentano l’infanzia violata, presente nel centro di disintossicazione e in primo luogo, nell’accademia di tennis.
    Il deus ex machina, anzi il dio vero e proprio artefice indiretto della convessità etc.produce l’antidoto alla sua opera. L’Intrattenimento è il giudizio universale, la diabolica arma di distrazione di massa che ci rende tutti catatonici pisciasotto. Ma si tratta di un opera incompleta, nel senso della perfezione della forma romanzo che poteva raggiungere. Solo lui poteva scriverlo. Ed è riuscito solo in parte nei suoi intenti, così si è ucciso. Le note: io ne ho lette alcune durante la lettura, quelle che mi servivano alla comprensione del testo. Ma la maggior parte le ho lette dopo, scoprendo un abisso tragicomico assolutamente fondamentale. imprescindibile. Mi verrebbe da dirvi leggete solo le note. Comunque NON VI FATE LE PIPPE sul leggere o non leggere. Come tutti i lunghissimi romanzi ti prende dopo un centinaio di pagine. Utilizzate il diritto di saltare pezzi come tutti hanno fatto con guerra e pace. Ma si tratta di una lettura assolutamente spassosa. Pessimista, tragica. Ma divertente. importa sapere che forse che sia stata la madre o il figlio a uccidere Lui In Persona? La madre lo avrebbe fatto per il suo attivismo canadese. Tuttavia credo che Mario Incandenza non parlerebbe con la madre se lei fosse colpevole e se lo fosse lui lo saprebbe. Può darsi che L.i.P. si sia ammazzato davvero, visto che come omicidio sembra del tutto improbabile. Comunque la malattia mentale, conosciuta e sofferta dallo stesso autore, sembra un effetto collaterale dell’intelligenza, e questo purtroppo è spesso vero, e più in genere del mondo del romanzo. Fin troppo sovrapponibile al nostro. ONAN appunto. La sega mentale di cercare la propria soddisfazione. Forse, dice w. non e’ vero che tutti hanno diritto alla felicità. Forse la comprensione passa per il dolore, e L’intrattenimento genera morte cerebrale. Hal ( Notare il nome legato al computer umano-antiumano di Odissea nello Spazio) non perde la sua mente ma la capacità di esprimerla con i suoi simili. Forse qualcuno, la madre? gli ha dato il film quando lui scopre la verità. Oppure ha preso quella cazzo di pasticca. O, non so se ci avete pensato, Hal non può esprimersi con i suoi simili perché non esistono suoi simili. Hal potrebbe essere stato creato o condizionato dal padre, ed essere o essere diventato un automa incapace di simulare una umanità ormai estinta, ed esegue alla perfezione il programma base, quello del tennista. Il tennis viene definito nel libro un incrocio tra scacchi e box. Come lo scacchista umano viene sconfitto dalla semplice potenza di calcolo delle macchine, senza possedere la visione dei pattern tipica dei grandi campioni. Forse lo stesso accade con il tennista ex umano Hal Incandenza. Sotto gli occhi malinconici e l’incedere traballante dell’ultimo essere umano, suo fratello Mario, umano sì ma uomo cibernetico, storpio, mutante e innestato di kinoki, gli occhi meccanici delle cineprese che il ragazzo porta montate su di sé. SI può andare avanti all’infinito. Ma no, Leggetelo e non rompete i coglioni.

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