Infine cedere, e leggere il best-sellerone

L’ho comprato quando è uscito e poi per un fottiglione di tempo mi è mancato il coraggio. Cioè mille pagine di politica economica, capito? Non Cenerentole sadomaso, o splendori letterari prematuramente scomparsi, ma duecento anni e passa di dichiarazioni dei redditi.

Naturalmente parlo de Il capitale nel XXI secolo, il megalibrone di Thomas Piketty di cui parlano tutti dall’anno scorso e che ho finito di leggere stasera.

L’ebook conta 993 pagine, e attorno alla trecentosessantaquattresima, quando gli altri libri generalmente hanno il buon gusto di concludersi e invece lui inizia a entrare nel vivo, ti capita di domandarti “ma starò a fa’ ‘na cazzata?”. Credo di averci messo più tempo io a leggerlo che il tizio a scriverlo, a occhio, anche perché con una formazione umanistica io riesco ad assegnare un senso a questo genere di cose soltanto se le calo in un contesto storico, o perlomeno concreto. Ed è forse per questo che per me Piketty funziona: perché spiega pazientemente ogni cosa che ha appena esposto, impiegando esempi eclettici che spaziano da Ragione e sentimento ai Simpson.

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“Le refus de compter fait rarement le jeu des plus pauvres.”

Il succo – piuttosto radicale, se chiedete a me – è questo: dimenticate mani invisibili, tendenza automatica alla riduzione delle disuguaglianze e via dicendo.

  1. Lasciato a se stesso, e senza l’intervento di forze esterne che lo regolino un pochino (le varie Inflazioni, Espropriazioni o Guerre), nelle società con scarsa crescita demografica il capitale si accumula e genera disuguaglianze sempre più marcate. La disuguaglianza, insomma, non è una contingenza ma un prodotto diretto del sistema capitalistico (e vabbè, fin qui, Marx). Oggi, dopo l’intermezzo delle guerre mondiali e del quarantennio di concessioni sindacali frutto dello spauracchio comunista, le ricchezze accumulate si stanno di nuovo avvicinando ai livelli che avevano nella Belle Epoque. Non ce n’eravamo accorti perché il modo di calcolare e presentare il capitale accumulato è inadeguato: le ricchezze di Berlusconi o di Bill Gates fanno media con quelle di un medico di successo, ma non bisogna ragionare in termini di 20% superiore, ma in termini di 1%, o addirittura di millili, per capire chiaramente di che parliamo.

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2. La ricchezza dell’1%, o dello 0,1%, sta aumentando a una velocità doppia o tripla rispetto alla crescita generale del PIL. I redditi medi non beneficiano invece di alcun aumento, e le fasce basse si sono addirittura impoverite. Un trend cui contribuisce la tendenza salariale degli ultimi anni, molto yeah negli Stati Uniti, di dare stipendi stratosferici ai dirigenti top. Nell’ambito delle molte dispute sulle tesi sostenute e perfino sui dati (ne troverete tante in giro, come è ovvio e giusto che sia), nessuno ha finora messo in discussione questo: che il 60% dell’aumento del reddito nazionale negli USA nei trent’anni dopo il 1977 è andato all’1% dei salariati.

3. La concentrazione della ricchezza storicamente ha condotto alla concentrazione del potere politico e istituzionale, che a sua volta conduce a una maggiore concentrazione della ricchezza.

4. Il capitale globale è mobile e internazionale, perciò è difficile da regolare a livello di singolo paese. Una tassa globale progressiva sul capitale e un meccanismo di distribuzione è d’uopo, visto che le singole nazioni falliscono e se non ci riusciamo generalmente tende a pensarci la storia.

Più che una teoria, un’opinione o una filosofia, il libro è una presentazione di dati ricavati dalle serie storiche raccolte da quando gli Stati europei e gli USA hanno avviato regimi di imposizione fiscale, che generalmente hanno accompagnato i primi lavori di raccolta delle informazioni sui redditi. L’opera vera sono questi dati, aperti e disponibili per tutti, e non il libro o i grafici o le note, e Piketty invita apertamente a completarli e a correggerli, ove necessario. A mio avviso il testo ha le premesse per spostare altrove il dibattito politico ed economico, anche e soprattutto in Europa. O perlomeno dovrebbe.

Ora, dato che in libri così non conta lo stile – non è che bisogna ammirarne il pentametro giambico – magari anziché leggerlo tutto leggetene un riassunto, ce ne sono svariati in giro, corredati di critiche e integrazioni. Io comunque ve lo consiglio perché riesce in qualche modo a fare piazza pulita di ideologie stantie (marxismo, monetarismo, liberalismo, senza risparmiare nemmeno l’attuale politica economica dell’Unione Europea), nell’ambito del discorso sulla disuguaglianza, tema fondamentale da affrontare quanto prima. Almeno stasera, a caldo, nella testa mi pare una sorta di spartiacque nel modo in cui ragiono sulle cose, e quindi mi andava di dirvelo.

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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