Italianità / 4: Conversazioni

Questo post fa parte della serie “Da mangiabambini a mangiaspaghetti: un viaggio durato 20 anni“.

***DISCLAIMER*** 
Più che di stereotipi, ciò che segue è un elenco di problemi. Ho usato la mia esperienza e le mie osservazioni, frutto di tanti anni di contatti regolari con persone di numerose nazionalità, per stilare quelli che a mio avviso sono i caratteri contrastivi delle regole della conversazione in Italia. In particolare, sono stati utilissimi i mesi trascorsi insieme a C., la mia coinquilina e amica di Lipsia.

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Se dobbiamo parlare di regole della conversazione in Italia, non possiamo che iniziare da qui: dall’insulto amichevole. Una cosa che in vent’anni non ha smesso di crearmi grattacapi. Vi spiego.

LO SFOTTÒ

A Roma, ma anche altrove, c’è questa regola che qualunque siano le emozioni che provi per i tuoi interlocutori (affetto, tristezza, impazienza, voglia di maggiore confidenza…), sei curiosamente programmato in modo da filtrare tutti questi sentimenti attraverso un onnipresente motteggio finto-aggressivo.

È la classica situazione della vicina che, vedendomi leggere sul terrazzo in una bella giornata di sole e desiderando scambiare due chiacchiere per conoscermi meglio, ma non sapendo articolare questo desiderio in altro modo, si sente autorizzata a gridare nella mia direzione: “Che te stai a riposa’? Bella la vita quando non c’hai niente da fa’, eh?”.

Ebbene, nonostante i decenni di esposizione quotidiana, continuo a trovare l’abitudine al cazzeggio bonario un’inspiegabile e irritante seccatura, e se non sto attenta reagisco d’impulso con un qualche tipo di riflesso patellare pre-corticale (nel migliore dei casi, uno sguardo della morte; nel peggiore, un vaffanculo).

È capitato di recente quando sono tornata in Molise per riconsegnare le chiavi della nostra vecchia casa all’agenzia immobiliare. Avevo appena guidato per due ore da Roma e avevo fretta, e come sempre si era innescata quella specie di parossismo da spossamento psicologico che impedisce di trattenere le informazioni nel cervello. In quel caso, avevo dimenticato di pagare il parcheggio e quindi ho fatto per un po’ la spola tra parcometro, auto e agenzia, sempre di fretta. Un tizio dall’altro lato della strada – mai visto prima d’allora e pertanto pienamente inserito nella schiera dei macchitteconosce – mi sorride al secondo passaggio, e al terzo si produce nel classico gesto a mani unite e ridendo grida “Oh, ma che stai affa’?”.

Ora, in un momento di irritabilità più che giustificato (trasloco, cambio regione, scatole su scatole ammonticchiate in giro per il Lazio), per qualche istante dimentico di prendere in considerazione tutti i risvolti culturali della faccenda, confondo completamente il suo Sprachspiel e gli grido di rimando “Io i cazzi miei, e lei?”. Ancora rivedo il suo volto mortificato.

Una grande porzione dei discorsi italiani rientra in questa tipologia. Diciamo che l’insulto si usa, in alternativa alla lamentela, come rompighiaccio per accedere agli altri livelli, come espressione d’affetto / desiderio mascherato, e come un milione di altre cose, e ricompare a macchia di leopardo in ogni discorso.

Credo. Perché io sono slava, il che significa che rispetto a sconosciuti e amici funziono in due modalità, entrambe caratterizzate da un certo grado di scomoda intensità: 1) quell’innamoramento da romanzo russo tipo Madame Vronskaja che dice ad Anna Karenina, appena si sono conosciute, “Addio, mia piccola amica. Fatemi baciare il vostro bel visino. Vi dico così, semplicemente, da vecchia, che sono innamorata di voi.” O, 2) un umore gramo e cattivo che respinge la confidenza. Dice il caro D che lo adotto invariabilmente nei confronti di chi insiste o si permette familiarità non concesse – commessi, venditori ambulanti, addetti al telemarketing. E che lo faccio perché sono una stronza.

UNA REPUBBLICA FONDATA SULLA SIMPATIA

Nel mondo slavo la cortesia non è pervenuta, e se esiste è semplicemente un omaggio al singolo, non una cosa dovuta a tutti a prescindere. Abbiamo anche questi micidiali tuffi a testa in giù nella serietà, in particolare con le persone che ci piacciono, che ci portano a vivere momenti solenni e intrisi di pathos in cui raccontiamo cose profonde e importanti a livello emotivo, da lucciconi, per intenderci.

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Gli slavi e la cortesia: ecco come reagiamo quando qualcuno ci chiede indicazioni stradali.

Gli italiani hanno invece la compulsione alla simpatia. Ogni solennità è bandita, o quantomeno guardata con grosso sospetto. È un fenomeno pervasivo e un principio fondante: si scelgono amici, amanti, partner, dipendenti, dottori, candidati politici e presidenti del consiglio sulla base della simpatia. Un criterio di contorno, buono magari per quando ci si trova a dover assoldare un animatore da villaggio turistico, o scegliere i compagni di tavolo a un matrimonio, assurge qui a componente di base nelle valutazioni personali. “Controllati e sii simpatico” è il primo comandamento. Se qualcuno è in vena di lirismi perché romantico, matto o semplicemente ubriaco, ecco che dagli astanti parte immediata la risata beffarda e lo sguardo che sta all’incirca per: “ma che me stai a cojona’?”.

LA MASCHERA

La simpatia ha uno scopo specifico: camuffare le cose sgradevoli. Dato che essere trasparenti non è previsto, qui (voi la chiamate brutta figura ma la verità è che c’è una regola che vieta di rivelare la propria vulnerabilità, in una vita all’insegna del disincanto e della prudenza), è necessario indossare costantemente questa maschera compiacente e affidarsi a un livello preverbale per far capire davvero come stanno le cose. Per lasciar intendere a qualcuno che di lui/lei fondamentalmente non vi importa una fava, si continua a sorridere e a mantenere il minimo delle apparenze, ma poi ci si presenta in ritardo, si fanno spallucce, gli si danno buche, e non si mantengono le promesse. Oh, prima o poi dovrà capire.

Capita dunque di veder fare cose che altrove sono considerate al di sotto del più banale livello di educazione, ma essere antipatici a parole o dire no – giammai! è una possibilità assolutamente inconcepibile, verrebbe meno il collante che tiene insieme il paese, crollerebbero le mura aureliane, non scherziamo proprio.

PROVACI ANCORA, JAKOBSON

Va da sé che se non si dicono le cose vere e se ne dicono invece delle altre, capita che la comunicazione – come dire – fallisca miseramente. Se ci mettiamo pure il gap culturale, mettersi d’accordo diventa una faccenda complessa se non addirittura impossibile: una parte ritiene di avere davanti un fatto assodato e concluso, l’altra vive la cosa unicamente come un’espressione di buone intenzioni cui non necessariamente verrà dato un seguito – ecco qui un ottimo antefatto da tragedia. Ogni straniero vi dirà che organizzare una cena, un concerto, un viaggio con degli italiani diventa un’impresa titanica che richiede nervi saldi e pugno di ferro, e una capacità di mettere da parte le proprie sensibilità che non è sempre data.

Dopo un po’ di anni passati regolarmente a cercare di riprendermi da piccole crepe nel cuore, oggi visualizzo il tutto in questo modo: il messaggio, una volta affidato alle parole della lingua italiana, si trasforma in una sorta di fragranza delicata e fugace, che richiede conferme e richiami continui pena l’oblio. E quindi tocca allenarsi alla ridondanza altrimenti nel corso di poche ore i pacchetti si perdono.

LA LAMENTELA

In Molise dicono “Chi chiagne allatta” (chi piange sarà allattato), un proverbio perfetto come un gioiello, che si applica a tutto il resto del paese senza distinzioni. Diciamo che lo stoicismo austero non è una cosa che si incontra spesso, da queste parti.

IL CONFRONTO
Gli inglesi affrontano le difficoltà in modo understated, con ironia e senza fare storie, che si tratti di riparare la macchina, farsi asportare un testicolo o affondare stando seduti composti sul ponte del Titanic. Al massimo sbuffano. I bulgari sono disciplinati e impassibili. È il paese che emerge sempre come il meno felice in tutti i sondaggi sull’Unione europea, ma la cosa non pare avere un riscontro nel parlato quotidiano – al massimo qualche commento si intrufola nei discorsi sui massimi sistemi, ma sempre con un tocco di autoironia. A titolo di esempio vi porto papà che assaggia la rucola e dice: “Ah, è amara: come la vita!”. Gli italiani invece esprimono in maniera circostanziata e colma di particolari i disagi piccoli e grandi. La cosa è così risaputa che ormai fa parte dei training per gli operatori del servizio clienti delle multinazionali. Sono pronti a ingigantire ogni dettaglio pur di strappare un rimedio migliore, e grazie all’espressione della propria afflizione sperano di ottenere più cose di quelle a cui hanno effettivamente diritto. Non ci sono drammi o umiliazioni che tengano.

Per chi non è abituato, la faccenda può creare due ordini di problemi.
1) La tendenza a prendere tutto sul serio. Questo fenomeno è frequente all’inizio: posti di fronte a cotanto dolore, le persone empatiche – per definizione – condividono le sofferenze. Quindi cercano onestamente di dare una mano, e così la lamentela (che non ha limiti e pertanto è in perpetua escalation) prosegue all’infinito.
2) La tendenza a incazzarsi. Questo avviene quando subentra la frustrazione data dall’impossibilità di aiutare, dato che chi hai di fronte è semplicemente incontentabile. Per quanto mi riguarda, sono le grandi lamentele per le piccole cose che più di tutto mi fanno sanguinare le pupille: chessò, le grida di terrore quando un’ape entra nell’autobus, cose così.

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Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro.

Ora, trovo onestamente difficile credere al fatto che ogni abitante del belpaese è una povera creatura senza pelle che viene costantemente ferita da qualunque accadimento, in un serie eterna di indignazione, angoscia e querimonia.

“quanto tempo ci sta mettendo quello allo sportello a fargli pagare due bollette?”
“eh signora poveri noi!”
“ma sta lì da 20 minuti almeno”

“ma chi l’ha assunto ‘sto defisciente”
“le solite cose all’italiana ma dimmi tu”
“oggi ho già fatto quattro lavatrici e nessuno in casa ha alzato un dito”
“aiutassero noi invece di aiutare i profughi, che stiamo messi tanto male!”
“è l’Italia che ormai è diventata così, questo paese sta andando in rovina”.

È vero che in Italia la vita è difficile (questo sarà materiale di un altro post). Tuttavia, a sentire la gente in fila alla posta, sono davvero convinti di stare messi peggio loro degli abitanti di Kobane. Vorrei aiutarvi a mettere un po’ di cose in prospettiva: l’Italia è l’ottavo paese al mondo per PIL nominale. Nel senso che ce ne sono 187 che stanno messi peggio. Anche e soprattutto molto peggio. Dal mio punto di vista di persona nata nel paese che occupa il 76° posto nella medesima classifica, questo costante piangere miseria, la disperazione perché le tasse sulla vostra seconda casa / la barca vi falciano le gambe, e l’assedio che subite da parte di emigranti, zingari, politici, arbitri, giornalisti, treni, macchinisti, raccomandati, capi, insomma qualcuno, stimola in maniera potente il mio senso del ridicolo. Vi ricordate Clueless? (Tra le altre cose che mi fanno letteralmente pisciare sotto: “Ci voleva la rivoluzione”; “A ‘sto punto meglio la bancarotta” e simili ancorché finissime analisi politiche degne di Bombolo.)

A che scopo lamentarsi di continuo? Principalmente, come già visto per lo sfottò, è un modo per attaccare bottone. Crea un immediato legame basato sull’empatia o – ancora più spesso – sulla malevolenza. A volte è un modo mascherato di far mostra di sé. Altre è una velata richiesta di complimenti. Poiché il parlar diretto non è apprezzato (perché percepito come mancanza di tatto), la lamentela è usata per giustificare il perché di un’azione che altrimenti sarebbe stata guardata con disapprovazione. Ma soprattutto, è il modo meno propositivo ed efficace di affrontare le difficoltà, perché toglie energia all’azione, riducendo la capacità di far fronte ai problemi, e soprattutto situa la responsabilità della situazione al di fuori di sé. La lamentela è male.

DEL PARLAR (BENE)

La mia è in parte tutta invidia, perché io invece sono totalmente incapace di parlare. La cultura italiana è verbale, espressa, pleonastica. Si sviscera ogni cosa, si favorisce la conversazione e la condivisione, si insegnano gli artifici retorici da utilizzare nella vita quotidiana, ci si accalora. Le persone generalmente non temono il confronto – quando capita a me di partecipare a una discussione, mi scopro sempre affetta da mutismo, mi colgono casi estremi di esprit d’escalier, e piuttosto che fare una semplice telefonata a un cliente mi farei asportare le unghie. Presto perderò l’uso delle pliche vocali per il mancato utilizzo.

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Un’immagine val più di mille parole. Anni fa ho scattato queste foto al caro D (a sinistra) e al nostro amico M al Pigneto, durante una discussione accompagnata da vinaccio cattivo nei bicchieri di plastica. Tutta la serie è stata poi usata da diversi portali in tutto il mondo, da Lifehacker ad alcuni siti giapponesi e coreani – come simbolo dell’arte della discussione. Voi direte: stavano insinuando fatti gravissimi circa la moralità delle reciproche genitrici? No. A generare tanto impeto erano i nomi dei personaggi delle Iene di Tarantino.

FENOMENOLOGIA DEL DISCORSO: 1 / LE DONNE

“Italy is such a delightful place to live in if you happen to be a man”
– E. M. Forster

Quanto segue non contempla le decine o centinaia di donne fantastiche che puoi incontrare in Italia (in questo senso è davvero la patria degli estremi). Qui parliamo di quel generone composto dalle signore con cui ti ritrovi a chiacchierare a un pranzo di nozze, in palestra, dal panettiere o dal medico e che a mio avviso sono piuttosto rilevanti statisticamente.

Le donne ci risparmiano un po’ di motteggio – a volte si riesce addirittura a farne graziosamente a meno – ma compensano ampiamente in lamentele. È una cosa curiosa che inizia ben prima di figliare, nella tarda adolescenza, quando ormai c’è un fidanzatino ufficiale e si fanno i primi passi nella vita semi-adulta. È a quel punto che scatta, per la maggior parte delle donzelle nostrane, la scelta di vestire i panni della mater dolorosa, nata per vivere un martirio quotidiano e per raccontarlo. Gli argomenti ammessi riguardano:

  • i dolori mestruali / l’irregolarità dell’intestino; 1
  • la conta fantascientifica dei lavori domestici;
  • che le hanno combinato in casa il cane o il gatto o il pesce rosso;
  • in che modo lui non ha dato una mano.2

In merito alle faccende domestiche, non è chiaro chi spinga la donna italiana a codesto supplizio. Ciò che è sicuro è che le lamentele rientrano in tutto e per tutto sotto la categoria del vanto indiretto, perché se per caso una donna sceglie di fottersene e di fare altro le tocca invece la macchina del fango. Anche assoldare qualcuno che aiuti con le pulizie in casa è fonte di segreto terrore e va sempre giustificato di fronte ad amici e parenti con un milione di ulteriori lamentele: “ora che lavoro otto ore al giorno, viaggio tre ore fino all’ufficio e nel weekend studio per l’università e mi prendo cura del mio bisnonno paterno e dei miei 7 fratellini minori, non ce la faccio più ad avere il parquet lucidato come piace a me e faccio venire una signora”.

L’ideale da perseguire è evidentemente una sorta di Cenerentola snaturata, che a differenza della favola è felice del destino di merda che le è toccato. Non riesco a giustificare in altri modi discorsi come: “Non ho caricato le cose in lavastoviglie perché lavo meglio a mano, tanto che ci vuole?”. Faccio ora un minuto di silenzio per le milioni di ardite che ogni giorno si sostituiscono eroicamente ai propri elettrodomestici perfettamente funzionanti. E le cose poi peggiorano sensibilmente risalendo le generazioni: le nonne e le bisnonne sono degli autentici troll, il cui compito è ricordarti che se non soffri abbastanza stai evidentemente sbagliando qualcosa.

Tra gli argomenti tabù quando si parla con le donne: tutto ciò che è indice di un’esistenza dedita alla jouissance, come la vita erotica, i flirt, gli adulteri. In questo si collocano all’estremo opposto rispetto alle loro cugine francesi. In seconda istanza, qualunque discorso sgradevole. Una volta una mia compagna di classe ha lasciato che un laido le si strusciasse addosso per intere fermate in metro perché a un certo punto della sua esistenza ha subito l’espianto dei sentimenti negativi e le pareva poco cortese dargli del porco.

FENOMENOLOGIA DEL DISCORSO: 2 / ALLA SCOPERTA DELL’ALTRO

Con le dovute luminose eccezioni, come al solito, l’Italia è generalmente poco curiosa verso l’esterno. Ha i suoi attori, i suoi cantanti, il suo mondo dello spettacolo autarchico. Ritiene che tutto ciò che c’è di buono venga dall’Italia, e di conseguenza pubblicizza i propri prodotti come fossero il meglio (mi aspetto da un momento all’altro di vedere pubblicità tipo “le vere banane italiane” o “ananas nostrani”). Ci sono persone, anche istruite, che ritengono che Iddio l’abbia benedetta e ora contiene solo il meglio dell’universo. Rovesciando la situazione, dunque, ciò che proviene da qualunque altro posto della Terra non può che fare schifo. Tale convinzione piuttosto sciocca, come ogni altro pregiudizio, ha origine nell’ignoranza.

Eppure l’atteggiamento di superiorità perdura. Nel rapportarsi all’altro da sé, il modo che l’italiano sceglie è generalmente accondiscendente, paternalistico, con contorno di compassione cattolica, raramente curioso o aperto. Non è prevista l’acculturazione reciproca: l’italiano si aspetta che gli stranieri che vengono in Italia imparino da lui. E quando egli stesso va all’estero, assume su di sé la missione divina di insegnare ai barbari come fare le cose a modino. Ogni immigrato nel suo paese è naturalmente un poraccio che fa il muratore o raccoglie i pomodori. Ogni immigrata fa le pulizie o batte il marciapiede.

Alcuni piccoli aneddoti: Quando le persone vedono il mio cognome, passano automaticamente al tu. Inoltre, tenendo in mano la mia carta d’identità, fanno sempre (sempre!) una pausa drammatica che sta a significare che “ma che è arabo? io non lo leggo”. Davvero, non è così difficile. Fate lo sforzino, essù!

Di fondo, non credo si tratti di razzismo quanto piuttosto di un’assoluta mancanza di tatto. La mia compagna di classe G. un giorno disse a dei ragazzi africani in spiaggia a Ostia “Ma voi che ci venite a fare al mare che siete neri?”. Il mio ginecologo, il brillante ancorché piuttosto attempato dottor G., oltre all’allarmante abitudine di complimentarsi per il mio utero, ogni volta si autocorregge quando gli viene di parlare per metafore e mi fa dei discorsi del tipo “Voi lo sapete cosa sia il tallone d’Achille? No, vero?”. E sempre perché per lui io non posso essere mai altro che una poverina, mi fa pure lo sconto sulla parcella non richiesto.

In generale, l’atteggiamento da missionario nato per convertire il resto del mondo denota sempre in chiunque una scarsa attitudine all’ascolto. La superiorità moraleggiante è sorella dell’incapacità di comprendere, della mancanza di sensibilità. La convivenza pacifica, tra italiani ed emigranti, o quando sono gli italiani stessi a essere emigranti, diventa difficile se non si impara un minimo di tolleranza.

FENOMENOLOGIA DEL DISCORSO: 3 / LA PAROLA SCRITTA

I vari filtri che ho esposto più su (simpatia, cortesia, sfottò) riguardano l’oralità o le sue estensioni immediate: le comunicazioni uno a uno. Quando però l’italiano si trova a scrivere per più destinatari e si sbarazza del confronto personale, ecco che riemergono la sincerità e la carica dei sentimenti finora celati. Alcuni esempi.

 

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Twitter e il recupero del lirismo


 

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Facebook e il malanimo (e il mitico Morandi che non ci casca)


 

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Ti amerei sicuramente di più.

Al posto di questa foto presa da Internet, oggi pomeriggio ho cercato la scritta che per decenni ha decorato l’uscita Casilina del Raccordo – da sempre la mia preferita. Diceva “Mitico amore, ti penzo“. Qualcuno l’ha cancellata. Mi mancherà.


  1. Quando è toccato a me, ho informato mia madre dell’accaduto e fino alla sua morte non ne abbiamo quasi mai parlato. A oggi non credo di aver pronunciato mai la parola “mestruazioni” davanti a mio padre.

  2. Questi discorsi difficilmente superano mai il Bechdel test.

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

Commenti (10)

  1. Se vuoi un giorno ti scrivo delle 2 orette (monolgo teutonico) trascorse con la mia amica C. “tetescadigermania” sul mio lirismo calabro che sfociava nello sturm und drang tipico del romanticismo sassone. Avoja ad analisi!!!
    Sei brava.
    Grazie.

  2. Non confondere l’italianità con le particolarità della zona che tu conosci. A me che sono di altra regione (Emilia), quando vado a Roma l’abitudine allo sfottò come mezzo per attaccare discorso suona tanto irritante e fuori luogo quanto a te, ci vado spesso ma non sono ancora riuscita a farci l’abitudine e tendo a reagire nello stesso modo, perchè dove io vivo proprio non si usa.
    Lo stesso dicasi per il non dire apertamente il proprio pensiero ma lasciarlo trasparire da fatti che contraddicono apertamente le parole (es. davanti ad un invito mostrarsi entusiasti anche se non lo si vuole accettare e poi tirare bidoni o trovare scuse impossibili affinchè l’interlocutore se ne accorga da sè).
    Guarda, non è un discorso di campanilismo o di razzismo interregionale; ogni area geografica ha un pò la sua cultura e le sue caratteristiche nel bene e nel male, nessuno è perfetto. Però ci sono caratteristiche che sono effettivamente diffuse a livello nazionale, mentre altre non sono ‘italiane’ bensì specifiche di una particolare zona, e almeno su questi due punti mi sento assolutamente di dissentire; non me li sento proprio addosso, nè come persona nè come emiliana, quindi non come italiana.
    Mi piace però come scrivi, e le altre considerazioni le trovo azzeccate (poi magari un siciliano mi contraddirà…).

    • Un veneto prima mi ha scritto che non si sente per niente rappresentato dalla simpatia. A questo punto mi sa che ci tocca tenerci solo la lamentela, come anello di congiunzione.
      Ovviamente le cose che scrivo – come dicevo nel disclaimer – riguardano solo la mia esperienza e sì, ho vissuto 20 anni a Roma. E grazie per il commento 🙂

  3. Leggere cose così mi fa sentire meno sola.
    Ciao e grazie

  4. Complimenti per l’analisi, molto acuta e divertente. E l’uso della lingua italiana. impossibile non riconoscersi.
    La reazione slava alla richiesta di informazioni è un’autentica chicca.

  5. Daniela Vladimirova 15 settembre 2015
    Un veneto prima mi ha scritto che non si sente per niente rappresentato dalla simpatia. A questo punto mi sa che ci tocca tenerci solo la lamentela, come anello di congiunzione.
    ———————————————-

    esatto.

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