Italianità / 3: Delicatessen

Questo post fa parte della serie “Da mangiabambini a mangiaspaghetti: un viaggio durato 20 anni“.

Se le statistiche dicono il vero, la stragrande maggioranza degli italiani prepara in casa buona parte delle pietanze squisitamente e gelosamente nazionali di cui si nutre. Mentre parliamo, dunque, qualcuno si affanna a bollire rigatoni, soffriggere guanciali, spazzolare vongole e impastare gnocchi, e tutte quelle altre cosette che da vent’anni a questa parte il resto del mondo, nel bene e nel male, si sforza di imitare.

Pizza ai cheeseburger.

Tutto il mondo vuole mangiare italiano: ad esempio, la pizza ai cheeseburger.

Non è stato sempre così. Voi non ci crederete, mi tirerete fuori la storia dell’antichi romani e della civiltà plurimillenaria e di come la raffinatezza non abbia mai abbandonato per un solo momento le vostre sacre sponde, e quindi vi spadello qualche esempio.

Nel 1766, in Travels through France and Italy, Smollett scrisse, a proposito dell’Italia: “Le locande sono tali da rivoltare lo stomaco a un mulattiere e le vivande sono cucinate in maniera tale da colmare di disgusto un ottentotto”.1

Altro esempio, che rubo a La cucina italiana – Storia di una cultura di Capatti e Montanari, vede un autore cinquecentesco totalmente irremovibile: “Questi tali maccharoni vogliono bollire per spatio di doi hore”. Yummy!

Qualità a parte, se non altro la cucina è sempre stata presa parecchio sul serio, come racconta Montaigne in questo passo diventato famoso in cui riferisce dell’incontro con il maestro di casa di un cardinale italiano:

“Egli mi ha fatto un discorso su questa scienza della gola con una gravità e con un contegno magistrale, come se mi avesse parlato di qualche argomento di teologia. Mi ha edotto sulla differenza degli appetiti: quello che si ha a digiuno, quello che si ha dopo il secondo e il terzo pasto; i mezzi sia di semplicemente soddisfarlo, sia di risvegliarlo e stuzzicarlo; la tecnica delle salse, prima in generale, e poi venendo ai particolari delle qualità di ingredienti e dei loro risultati; le differenze delle insalate secondo la stagione, quella che deve essere servita calda e quella che vuole essere servita fredda. La maniera di ornarle e di abbellirle per renderle piacevoli anche alla vista. Dopo ciò, egli è passato alle regole del servire, pieno di belle ed importanti considerazioni, e tutto questo gonfiato di ricche e magnifiche parole, quelle stesse che si adoperano nel trattare del governo di un impero.”2

 

Una strana carenza lessicale

Insomma, cambiano i sapori – grazie a Dio non cuciniamo più con miele e aceto, e il silfio è ora estinto – ma non cambia lo spirito. Curiosamente, il termine “foodie” in italiano non esiste, e non è un caso: descrive un individuo (ad esempio, un inglese) che si distingue dai suoi austeri connazionali per la passione e devozione spudorata, quasi peccaminosa, nei confronti del cibo.3 Il foodie inglese è una categoria che i sudditi di sua maestà stanno imparando a tollerare soltanto da quando nelle loro trasmissioni televisive sono approdati degli esperti di cucina superstar, e tra le sue caratteristiche salienti vediamo che: A) costui fotografa quello che mangia, B) arriva addirittura a cucinarsi un pasto a settimana da solo, generalmente la domenica, ed è altresì C) disposto a coprire un determinato numero di miglia per gustare una particolare pietanza.

Gordon Ramsay, il cui rassicurante carico extra di mascolinità è particolarmente adatto a coniugare il mindset maschile britannico e l'amore per la cucina.

Gordon Ramsay, il cui rassicurante carico extra di mascolinità è particolarmente adatto a coniugare il mindset maschile britannico e l’amore per la cucina.

Come sappiamo, un italiano medio, uomo o donna che sia, si spinge ben oltre tutto ciò su base quotidiana. Solo qui mi è capitato di assistere a discussioni tra sconosciuti che si davano consigli su dove trovare la mozzarella di bufala buona, o si scambiavano ricette, con tutto un contorno di piccole gelosie, sguardi furbeschi e trabocchetti mascherati da domande innocenti sull’aglio.

Se tiriamo le somme, il tempo trascorso in media a procurarsi il cibo e prepararlo; a imbandire la tavola ogni giorno; a pulire, lavare e lucidare prima e dopo i pasti; a indagare, anche telefonicamente, in maniera leggera da chiacchiera amena, o risentita e inquisitoria, cosa abbiano preparato gli altri (le figlie, le nuore, le vicine); a fare le conserve/salsicce/marmellate/torte salate/sottaceti e sottoli… anche solo a progettare cosa preparare per pranzo, cena, merenda, sabato, o domenica, in Italia raggiunge un totale di ore quotidiane che anche a distanza di anni non esito a definire preoccupante. In alcuni casi, parliamo della totalità delle ore di veglia di certe madri di famiglia che non hanno mai letto Lacan.

Per chiunque si trasferisca qui per un certo periodo di tempo, si susseguono fasi di accettazione e rifiuto senza soluzione di continuità. Di momenti di disperazione perché le convenzioni sociali del tuo paese adottivo richiedono che il tuo tempo sia letteralmente fagocitato, a momenti in cui ti accorgi che non puoi più tornare indietro.

Quando sono venuta in Italia la prima volta avevo 8 anni, e la mia impressione fu quella di un paese dagli abitanti tutto sommato tondetti. In Bulgaria all’epoca si incrociavano due punti di vista importanti. Da un lato, era una questione di distinzione sociale: per certe classi di individui, il peso è ancora oggi legato al decoro, e mangiare senza misura equivale a lasciarsi andare – una perdita di controllo permessa solo agli sciatti, una categoria di persone a cui noi non apparteniamo, a mamma. A questo aspetto certamente importante, che coniugava l’attenzione verso il proprio corpo e la ricerca di un po’ di sano comfort e tempo libero, non bisogna dimenticare di associare anche l’ovvia propaganda politica che individuava nel borghese panciuto il parassita della società, per il quale non c’era spazio nel nostro nuovo ordine mondiale.

Le cose sono molto cambiate. Oggi, quando torno a Sofia, mi capita di sentirmi a disagio perché le persone con cui trascorro le giornate trovano accettabile nutrirsi di cose che non rientrano nello spettro di alimenti classificabili per me come pranzo o cena. (A titolo di esempio vi cito una conversazione vera di un mese fa: “Sono le tre, possiamo mangiare un boccone per pranzo?” “Certo, se vuoi ho delle noccioline”.) Questo genere di esperienza si rinnova con ogni viaggio: in Ungheria, in Inghilterra, in Belgio, in Germania, mangiare è un’esperienza secondaria che facciamo se ne abbiamo il tempo, ma ora scusami ma c’ho da fare.

E la cosa mi fa sentire spaesata. Perché ormai sono diventata tondetta anche io.

La vie en risotto

Questo senso di appartenenza acquisito, tuttavia, non mi rende cieca di fronte all’assoluta evidenza: Che la vita in Italia è un costante elogio dell’indigestione. Che si vive il cibo senza misura, lo si ostenta, lo si propina in maniera compulsiva. L’abbondanza e l’incoraggiamento al consumo ti incalzano da ogni lato. Le occasioni speciali diventano lunghe e opprimenti gare con il cuoco in cui sembra che a saziarsi non debba essere una persona ma una balena.

Dal diario inventato di Elizabeth Gilbert: "La sezione del libro in cui vivo in Italia come la posso chiamare? Ovvio: Mangia."

Dal diario inventato di Elizabeth Gilbert: “La sezione del libro in cui vivo in Italia come la posso chiamare? Ovvio: Mangia!

Dice: qui il cibo è convivialità. Permettetemi: non è solo quello. Ben venga un paese in cui la convivialità passa per le cene e non per la vodka, penso che su questo siamo perfettamente intesi. Ma in alcuni nuclei familiari il cibo è un surrogato di ogni altra emozione, è usato per saziare ogni appetito, è la base di cottura su cui si fonda ogni rapporto. Anziché accarezzarti, ti faccio da mangiare. Anziché scoparti, ti faccio da mangiare. Un accordo è siglato davanti a una bistecca, e l’intrattenimento, i concerti, i comizi politici e tutte le altre manifestazioni della vita culturale: l’ennesima occasione di una bella salsiccia alla brace.

L’effetto positivo che la dieta mediterranea dovrebbe avere (dico “dovrebbe” perché i francesi, che da secoli cucinano con grassi saturi e burro senza darsi alcun pensiero, soffrono di meno malattie cardiovascolari e non hanno i bambini più obesi d’Europa) è assolutamente controbilanciato da un grosso, grossissimo problema di quantità.

Concludo

Ci sono tante altre cose che vengono in mente.

Ad esempio, l’infinità di regole rigidissime che il mangiare in Italia presuppone. Nei ristoranti puoi entrare e ordinare solo tra le 13 e le 15 e poi tra le 19.30 e le 22.00, fenomeno abbastanza unico nel mondo, ma che qui come molte altre cose assurge al livello di verità incontrovertibile, e se non lo sai allora sei un selvaggio. Questa rigidità porta al disprezzo e all’ostilità nei confronti di ogni deviazione. Gli italiani non possono lasciare gli altri mangiare in pace, ti guardano nel piatto – anche quelli che hanno viaggiato e hanno imparato ad apprezzare le altrui culture. Il caro D ad esempio può campare tranquillamente all’estero senza fare i capricci per mesi, ma se si siede al ristorante e qualcuno vicino a lui ordina l’orata col vino rosso gli scatta qualcosa e dice cose che fanno piangere Gesù.

O anche, che il potere percepito in una casa è indissolubilmente legato al controllo dei fornelli.

O che qualsiasi cosa è perdonata, qui, a chi “ha sempre portato il pane in tavola”: tradimenti, scappatelle, occhi neri, in alcune regioni perfino gli omicidi.

Mi viene in mente un vecchio monologo di Ascanio Celestini su Ponzio Pilato, in cui lamentava di come in Italia il piccolo e il privato l’abbiano sempre avuta vinta, rispetto alle grandi battaglie della storia. Questo privato è simboleggiato dal bidet. (Il video lo trovate ancora qui, ma funziona solo su Firefox.)

Ecco, cortesemente dissento. L’oppio dei popoli, o almeno di questo popolo, non è l’igiene, la religione o il calcio: è la pastasciutta.

PS: domani mattina vado all’anagrafe centrale a giurare sulla Costituzione. E tanto per stiracchiare un po’ il mio nuovo senso di beatitudine italica, ci sarà lo sciopero dei mezzi. Perdio.

(To be continued.)


  1. “The house was dismal and dirty beyond all description; the bed-cloaths filthy enough to turn the stomach of a muleteer; and the victuals cooked in such a manner, that even a Hottentot could not have beheld them without loathing.”

  2. Testo originale qui

  3. Leggo in Watching the English di Kate Fox che ai maschi inglesi sono concessi tre tipi di emozione soltanto: la sorpresa, se comunicata tramite imprecazioni; la rabbia, espressa all’incirca nello stesso modo; e la gioia/euforia, che ancora una volta richiede grida e parolacce. Come immaginerete, un impudico apprezzamento per i tortellini, in un contesto simile, sarebbe guardato quantomeno con sospetto.

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

Commenti (4)

  1. Annalisa

    Ti leggo… mentre mangio i pomodori ripieni di quinoa che mi sono portata per pranzo in ufficio :’D
    Buon giuramento. La Costituzione è l’unica cosa che ancora abbia un senso. Sbrigati prima che decidano di cambiarla :*

  2. la parte 5 mi era piaciuta molto, poi sono passato alla 3 e ho terminato la lettura con diversa soddisfazione: tutto questo scritto si può riassumere in una parola, cultura, per dio è la nostra cultura. Che poi a te non piaccia si è capito ma è materia differente. Anche a me non piace l’abitudine britannica di trascorrere i weekend al pub a sfondarsi di birre. O quella Spagnola / Sud Italiana / Nordafricana di spostare l’orario vital-lavorativo in fascia 10/24 anzichè 7/22 come nel Nord Italia o nel Sud della Francia e della Germania. Però questa è la loro cultura. E non ho nemmeno usato 179mila parole per esprimere questi pochi concetti. Sarà questione di sesso, recenti studi dicono che gli uomini siano più circoncisi, anche quando si devono esprimere.

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