Italianità / 2: il patriottismo

Bruno Munari - Speak Italian

Sono tornata a guardare il mio profilo online sul sito del Ministero dell’Interno e scopro così che il Presidente ha firmato il mio decreto di concessione della cittadinanza.

Questo significa che per spacciare al mondo le mie preziose considerazioni da testimone esterna, frutto di venticinque anni di osservazione partecipante, come direbbe un vero etnografo, il tempo stringe, la situazione precipita, tocca darsi una mossa. Ogni capitolo sarà dedicato alle singole regole che ho estrapolato e che inserisco in questa mia grammatica (poco) ragionata dell’italianità. Iniziamo dalla sua caratteristica più saliente: il sentimento patriottico.

IL PATRIOTTISMO ALTRUI

Ogni bulgaro al mondo impara questa poesia di Ivan Vazov all’asilo (l’estratto che vi traduco è la parte che ricordo io stessa).

Аз съм българче. Обичам
наште планини зелени,
българин да се наричам –
първа радост е за мене.
Sono bulgaro e amo
le nostre verdi montagne.
Potermi chiamare bulgaro
è per me la prima delle gioie.

Ogni bulgaro al mondo, in qualsiasi conversazione, a un certo punto vi dirà tutto gonfio d’orgoglio che il vero merito di tale o talaltra impresa o invenzione è in realtà da ascrivere a tale o talaltro bulgaro.1

Altri discorsi tipici fatti da insospettabili nonnine revansciste possono includere: i confini della Bulgaria dopo il trattato di Santo Stefano, elenchi di città che un tempo erano all’interno dei confini di Stato, tipo Salonicco, e metonimie varie che si riferiscono alle diverse dominazioni (“il giogo turco”, “lo stivale russo”). Ma ciò che colpisce è la diffusione di questo linguaggio, davvero trasversale rispetto a classi sociali, età e fasce di reddito. Penso che un nazionalismo pervasivo come quello balcanico potrebbe far impallidire perfino i patriotticissimi americani, abituati a prendere sul serio dei politici che in TV usano senza ironia frasi come “giuro su Dio e la patria” e fanno discorsi accorati mano sul petto.

Se Capitan America si presentasse alle elezioni, gli americani accorrerebbero in massa a votarlo.

Se Capitan America si presentasse alle elezioni, gli americani accorrerebbero in massa a votarlo.

E INVECE…

(Questa sezione va letta ascoltando questo.)

Ecco il sentimento preponderante in Italia, coniugato in tutte le salse possibili (dalla chiacchiera amena a cena allo sconosciuto che si sente in dovere di dire la sua), di cui cito soltanto un esempio.

Tralascio il lunghissimo discorso sull’appartenenza, sulla partecipazione politica, sul vivere per venticinque anni (o, nel caso di mio fratello, dalla nascita) in un paese che ti considera uno straniero e in cui devi costantemente giustificare la tua presenza con un mestiere che fa schifo a chiunque altro oppure con un reddito minimo superiore alla media altrimenti fora dale bale, e anche – perché no – sulla banale e semplice comodità (provate voi a viaggiare con il passaporto bulgaro negli Emirati Arabi, o in America, o a chiedere la residenza a Roma).

Quando si tratta di riconoscere i meriti, di una cosa potete stare certi: nessun italiano al mondo vi dirà “Oh, lo sai che un italiano ha scoperto l’America / i satelliti di Giove / inventato la pila elettrica / la radio / la banca / l’elicottero / il pianoforte / la plastica / la pizza margherita / [avete capito il concetto]”.

Un po’ perché, d’accordo, è maleducato vantarsi e davvero non c’è bisogno di dire tutte queste cose dato che le sanno anche i sassi. Ma il motivo vero è che, per l’italiano tipico, questo paese e i suoi abitanti tutti sono un grosso motivo di imbarazzo. Come l’adolescente che si vergogna di essere visto con la mamma quando esce con gli amici, ogni italiano nel cuore del suo cuore concepisce il resto del paese come una famiglia ingombrante, composta da personaggi capaci di ispirare rabbia sincera, una certa quantità di imbarazzato affetto, ma mai e poi mai dell’orgoglio.

La tragica verità è che gli italiani non vorrebbero essere italiani. Dimenticando ciò che sono – spontanei, polemici, pratici, tra i pochi europei ad avere adeguate competenze sociali o uno stile di vita mediamente sano – nel rovesciamento che avviene nei sogni più proibiti, gli abitanti del Belpaese vagheggiano la disciplina e l’etica protestante, un ecosistema sociale fatto di civiltà, privacy, buone maniere e repressione emotiva. Gli italiani, in fondo, vorrebbero essere inglesi.

Ogni italiano che vi parla dei suoi connazionali se ne divorzia completamente, disegnando quadri pieni di farabutti, incivili e sfaticati, perfettamente rappresentati dalla propria classe politica. (Dice sempre il caro D, con il suo tocco di inveterato cattolicesimo: “Ognuno ha quel che si merita”.)2 All’idea che qualcuno possa desiderare di essere italiano si scandalizzano. Si agitano. È un complimento che proprio non possono accettare.

E infine desidero sfatare un mito: non è vero che l’Italia si sente una nazione solo quando vince la nazionale. L’ultima volta che è accaduto ero a Venezia, e il giorno dopo, all’alba, dovevo prendere l’aereo da Treviso. Ebbene, vi garantisco che il sentimento univoco degli abitanti delle tre regioni (nord, centro e sud) che ho attraversato quella mattina, condiviso in coro dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, era il desiderio di mutilare la vittoria, puntando il dito verso gli altri che “solo adesso si ricordano…”.

Ma qui sconfino in ciò che sarà materiale per un’altra puntata: la connaturata, assoluta, naturale tendenza di ogni italiano a fracassare i maroni al prossimo, possibilmente subito e per primi, non sia mai ci pensi qualcun altro.


  1. Nota tra il polemico e l’affettuoso: Ci sono molte cose di cui i bulgari avrebbero più che ragione di essere orgogliosi, cose che scopri un po’ per caso, infilate qua e là nelle maglie della storia. Nelle conversazioni, tuttavia, pare che sia ammesso pescare solamente da questo elenco.

  2. Il rovescio della medaglia: in questo modo ogni italiano nega di avere alcuna responsabilità nei confronti dei suoi connazionali. E tutto può rimanere come prima, relegando questi discorsi alla sfera della chiacchiera da bar, un po’ come fanno gli inglesi con il tempo.

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

Commenti (5)

  1. Sto leggendo con estremo interesse questa serie: guardarsi da fuori (anche quando il fuori è in realtà dentro) è sempre illuminante.

    Però se senti la mancanza di italiani patriottici posso presentarti mia mamma: non l’ho mai vista NON piangere quando parte l’inno di Mameli.

    • È sicuramente più unica che rara.

      Pensa che volevo fare qualche ripresa – montare brevi clip delle persone che cantavano l’inno (la maggior parte si inceppa alla seconda strofa) – ma nessuno ha avuto il coraggio se non il caro D, e la scusa generica è, oltre a “mi vergogno”, “non l’ho mai saputo”.

  2. Fabrizio

    Sono un Italiano, e da un po’ di tempo mi sto allenando a cercare di esserne orgoglioso.
    Ammetto che non è un compito facile, e rinnegare appartenenza e responsabilità è una tentazione ghiotta.
    Avendo vissuto all’estero per un po’, nello specifico in Germania, ho cercato di capire cosa fosse quella strana sensazione che le persone fossero diverse.
    Aldilà della seriosità, aldilà dell’apparente alienazione mentale in cui vivono “gli altri”, c’era una ‘cosa’ a cui sono riuscito a dare forma solo recentemente.
    Partivo dal presupposto che “l’italiano non segue le regole” perché pensa al proprio tornaconto.
    Lì, in Germania, le regole le seguivano tutti, eccome. Eppure, mi pareva evidente che ognuno pensasse al proprio tornaconto, non meno che in Italia, anzi… quando però provavo a puntare nella mia testa il dito, non era possibile. Perché lì le regole non le infrangono, le piegano. Restano dentro le regole, senza contestarle, ma cercando di sfruttare gli “errori di programmazione”. Sono paraculi, la loro è una partita a scacchi intelligentissima.
    L’Italiano, in realtà, segue molte regole. Quando non segue una regola, lo farà pure per tornaconto, ma soprattutto lo fa perché NON È FILOSOFICAMENTE D’ACCORDO con quella regola. E a quel punto la infrange senza rancori. È sfacciato, se la rischia, ci crede. In soldoni, è un partigiano e fa le cose col cuore.
    Io continuerò a cercare motivi per essere orgoglioso di essere italiano, tu continua a raccontarci a modo tuo, che questi post sono intelligenti e bellissimi.

    • Grazie per il commento 🙂

      Penso che gli italiani seguano tranquillamente le regole, se non sono francamente assurde (es: prenotare una risonanza magnetica e sentirsi dire che devono aspettare 16 mesi) e/o un insulto alla loro intelligenza. Prendiamo il semaforo per i pedoni, rosso, alle 4 di mattina, in una strada lunga e dritta in cui non si vedono fari accesi per chilometri. L’italiano attraversa, il tedesco aspetta. (Questa è una mia esperienza personale, a Berlino. E io ho attraversato.)

      Gli italiani spesso percepiscono, a mio avviso anche un po’ a ragione, che molte delle regole loro imposte (le migliaia, milioni, miliardi di leggi; l’incredibile quantità di obblighi; la burocrazia; le difficoltà; i muri di gomma) rendono la vita francamente invivibile. Penso che andando via dall’Italia ti sarai accorto che altrove non c’è questa fatica costante. In generale si tende a cercare di aggirare l’ostacolo anziché trovare qualcuno che faccia meglio il suo lavoro. Ecco il dramma politico di fondo.

  3. Fabrizio

    Ma non è meravigliosa questa insofferenza?
    È come se siamo tutti idealisti, e i vincoli “stupidi” sono attentati alla nostra libertà. Infrangere la regola è un tenersi in allenamento alla lotta. Probabilmente è il retaggio di secoli di dominazione, in cui le regole erano imposte dal “nemico”.

    E quanto è bello quando il tedesco ti comincia a insultare perché attraversi i binari dopo che si è abbassata l’asticella? 😀
    Ti senti un profeta.

    Grazie per la risposta 😉

    PS:
    La burocrazia l’ho trovata pure in Germania, più efficiente ma anche più sorda della nostra.

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