Vikings

Il ritornello del biennio 2013-2014 è stato il seguente: “Oh, l’hai visto poi [nome di serie imperdibile che se non vedi esplode l’universo]?”. Generalmente rispondo “Guarda, o vedo un’altra serie o prendo la magistrale.” Mi difendo dalla potenziale dipendenza dai contenuti multimediali appena decenti tenendo alto il vessillo degli obiettivi, aggrappandomi al pilastro del sapere, per così dire (dice che tocca farlo prima dei trentacinque o poi subentra tutto un discorso sull’elasticità dei tessuti).

Vikings è uno dei pochi superstiti ad aver superato l’aura del mantra anti-serie. Ha come sigla “If I Had a Heart” di Fever Ray che come l’ho sentita ero già pronta a mandare loro dei soldi.

Ora, a proposito dell’autenticità. Della vita quotidiana dei vichinghi (o normanni, variaghi, danesi…), in particolare durante i primi secoli, sappiamo poco, perché hanno iniziato a buttare giù la propria versione dei fatti solo dopo aver conquistato il conquistabile in giro per l’universo ed essersi cristianizzati. Ricordiamo al pubblico pagante che pare abbiano partecipato alla fondazione del principato di Kiev, da un lato, e che abbiano scoperto l’America, dall’altro, passando per Inghilterra, una bella fetta di Francia (Normandia, l’etimologia fatevela da soli) e sud Italia (al loro fenotipo si deve il cognome Rossi e la sua variante meridionale Russo).

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Prima di tutto questo, comunque, i nostri avevano solo le rune, chiamate in causa in casi estremi – quelli che valeva la pena di scolpire nella pietra, per intenderci. Quindi, gli unici ad avere un ufficio stampa all’epoca erano le loro vittime, e i resoconti dei popoli romanizzati sono una sfilza di orribili tweet in diretta a proposito di certi spietati predoni giganti giunti all’improvviso dal niente. (È anche piuttosto comprensibile non avere il tempo di approfondire la cultura di un popolo mentre costoro sono intenti a bruciarti il monastero).

Già dalla seconda puntata, Vikings è La genealogia della morale di Nietzsche drammatizzata per noi, con i guerrieri più autentici – rapaci, brutali e privi di senso di colpa – a confronto con una società che si è data la morale del gregge.

“Mio signore, prendere tutte queste cose è stato semplice. I sacerdoti nei loro templi non hanno armi. Sono come dei neonati.”

Gli autori si sono un po’ dovuti immaginare come dovesse essere la vita nel fiordo, dalle oche starnazzanti ai sacrifici umani, dal lavarsi la faccia tutti nello stesso catino all’uso di truccarsi prima delle battaglie. Danno l’idea di aver sfogliato occasionalmente le Gesta Danorum e la Cronaca anglosassone (senza giungere a un livello di approfondimento tale da richiedere la consultazione diretta del Codex Regius o del frammento di Angers) per darci una rappresentazione abbastanza verosimile della vita di Ragnar Lothbrok, figura a metà tra storia e mito dell’età delle invasioni.

Il terrore delle saghe norrene, Ragnar Lothbrok, interpretato da Travis Fimmel.

Il terrore delle saghe norrene, Ragnar Lothbrok, interpretato da Travis Fimmel.

Ragnar è il prototipo del buon vichingo. Vive in un ameno fiordo tra Danimarca e Svezia, ha una fattoria, una signora e due pupi e una volta l’anno – come vuole la tradizione – imbraccia lo scudo, infila l’ascia alla cintura, dà un bacio alla consorte e parte alla ventura a razziare un po’ a caso tra Lituania e Lettonia. Ragnar, però, è stufo dei miseri bottini che trova a est e ha per di più sentito dire che esiste una terra a ovest su cui non si sono abbattuti generazioni di vichinghi affamati. Perciò finanzia segretamente il suo amico Floki affinché costruisca una nave che possa andare più lontano, e si dirige verso l’assemblea del paese per convincere il suo Jarl.

È una storia semplice e brutale, priva di ironia o dialoghi brillanti, come è giusto che sia (è pur sempre epica, per Odino, non possiamo riderne!), colma di equilibri politici e familiari che si sfasciano e si riformano, di tradimenti e battaglie, di scontri di civiltà e di elaboratissime treccine. En passant, dico solo che se gli uomini vichinghi evidentemente trascorrono molto tempo a pensare ai braccialetti e a curare i capelli, le donne vichinghe spesso li accompagnano nelle invasioni. Non nel senso a cavallo col cannocchiale, ma proprio in battaglia, tra usbergo scudo e spada.

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Lagertha, madre di due, durante l’invasione al regno del Wessex.

Grazie a Vikings il caro D e io abbiamo scoperto cosa sia un’aquila di sangue (io però ho distolto gli occhi), il destino dei neonati deformi, il concetto di “buona morte” (che prevede la combo battaglia, rapidità, e se proprio vogliamo un certo stile nel brandire l’accetta).

La cosa che più mi piace, però, è il trattamento intelligente riservato a monoteismi e politeismi, il pensiero attento rivolto allo scambio tra culture (il monaco Athelstan è uno dei miei personaggi preferiti), l’esplorazione critica di cosa comporti nella vita quotidiana una certa visione dell’oltretomba. Ah, e ho già menzionato le treccine?

La prima stagione è uscita in Italia quest’estate (su Rai 4), la seconda è attesa per il 2015. Noi che lo vediamo in inglese siamo in attesa della terza, della quale è da poco uscito il trailer. E ora, non vi trattengo ulteriormente.


 

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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