Maroquinerie, parte III

Sono le cinque del mattino e dormiamo in una tenda berbera a qualche ora di cammino dalle prime dune dell’Erg Chebbi, coperti dal sacco a pelo – nel deserto fa freddo dopo il tramonto. Mi sveglio per una sensazione del tutto imprevista sul viso: sta piovendo. Le minuscole goccioline a malapena oltrepassano le larghe fibre di lana, pensate per tenere fuori vento e sole e di certo non l’acqua; ma che stia piovendo è inoppugnabile. Rimango col viso rivolto verso l’oscurità ad ascoltare questo piccolo rumore e a sentire l’odore di polvere decennale che si sprigiona dalla lana. Un solo pensiero:

“La gente viene nel deserto per guardare le stelle come non le ha mai viste prima d’ora, e io invece sono qui, sotto la pioggia. Checculo!”

La sera prima avevo scorto due snowboard che hanno visto tempi migliori appoggiati fuori su uno steccato e alle sette salto fuori dalla tenda. (E no, nel deserto non ci sono tende-toilette.) Il sandboarding è però una delusione: le tavole sono troppo lente, gli attacchi sono rotti, una ha un buco grosso come un pugno sulla soletta e raccoglie la sabbia. Non ho foto dei nostri tentativi un po’ demoralizzanti perché – non so voi – ma io nel deserto esito a tirare fuori la reflex.

Sono due giorni che il nostro autista e le varie guide che ci portano in giro per l’Atlante ripetono la stessa cantilena: “Here you can have a Berber breakfast. Drink some tea – it’s the Berber whisky. This is the Berber emblem.” Al mattino, mentre le guide preparano la carovana, i nostri amici americani hanno ormai introiettato il ritornello e quando una delle bambine berbere del campo scoppia in lacrime perché la madre le ha dato un sonoro ceffone affermano in coro:

“Berber cry”

Da Rissani (il posto ne Il tè nel deserto in cui Debra Winger si perde mentre cerca aiuto perché John Malkovich si è beccato il tifo – giusto il posto che ci vuole quando ti è passata la febbre da due giorni), ci separiamo dai nostri amici e andiamo a sud-ovest, verso Marrakech. Ogni 30 minuti, Hassan si ferma per farci vedere questo o quel punto panoramico, confondendoci con il suo immancabile messaggio ambiguo “And now if you want you have to take a picture” e ci fa visitare negozi in cui dobbiamo fare acquisti o almeno far vedere il nostro viso, altrimenti il suo capo lo chiama per telefono e lo minaccia di evirazione. Ho decine di foto di D e me scattate da Hassan, con sorrisi fintissimi e gli orizzonti con 12% di inclinazione o le gambe tagliate. Ma è un brav’uomo e ci fa piacere farlo contento, visto che pare non capire che le Gole di Todra posso fotografarle anche da sole, senza essere per forza nella foto.

Alla fine, stremati, il tardo pomeriggio del 4° giorno di viaggio arriviamo a Marrakech, Inshallah, nella memorabile piazza Djemaa el Fna, luogo di perdizione in cui chiunque cerchi di venderti qualcosa sotto sotto vorrebbe avvelenarti (puoi comprare acqua, aranciata, teste di abbacchio, serpenti vivi, e ciascuna di queste cose può potenzialmente rovinarti l’esistenza, che il diavolo le porti!). Da qui in poi, niente macchine.

Jemaa el Fna

Jemaa el Fna

Avevo già parlato del problema del GPS. Anche stavolta il nostro riad è nella medina. Riporto integralmente le indicazioni per raggiungerlo che il padrone ci ha mandato per email, giusto per farvi capire:

Directions: if you are arriving from the bus stop at Place de Foucauld, cross these gardens and enter Djemaa El Fna Square, keeping the Maroc post office on your right, keep walking through the square and don’t take any side streets. Keeping the terraced cafes on your right and the orange juice stands on your left, keep walking straight between these, pass the Cafe de France on your right. Keep on going straight and the road narrows and has an undercover walkway, which is the start of Derb Debachi. When the undercover finishes, turn left at the second street on your left, Derb Moulay Abdelkader, it is signposted . This street has an undercover of vines, follow this briefly and take the first right, follow this for about 50m and take the first on your left. The house/Riad is about 20metres on the right hand side of this street, number 38 clearly marked on the front door. The nearby small shops all know the place and are helpful if you ask along the way for directions. You may be approached by childen who will offer to show you the way and will ask for money for their help. If you do choose to accept their help, it is reasonable to offer up to 10dirhams although thye may ask you for up to 100 for their help. If this is still difficult please telephone us and we are happy to arrange to meet you in the square.

Chi segue dalle precedenti puntate sa che ormai ho un conclamato caso di enterite batterica per il quale sto assumendo ciprofloxacine e antipiretici. Il che significa che gli unici posti in cui posso mangiare, in Marocco, sono i ristoranti per europei dove per un po’ di normalità riusciamo a pagare anche 40 euro a persona. Per andare da “Pepe nero”, ad esempio, prenotiamo per email ma pur essendo a 800 metri dal nostro riad non riusciamo a trovarlo per ore. Litighiamo con una falsa guida in male arnese che ci insegue per le viette piccole, gridando in francese. Litighiamo con due bambini che ci indicano la strada sbagliata senza che l’avessimo chiesta. Rinunciamo a cercarlo, infine, ed è allora che ci cascano gli occhi su un cartello che riporta il nome del ristorante. Io piango anche un po’ per l’occasione.

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Rovine di El Badi

Marrakech è meravigliosamente bella, stancante da morire, colorata, cacofonica e problematica. A Jemaa el-Fna, il vero cuore della città, se non stai attento gli incantatori di serpenti ti gettano un cobra al collo per estorcerti qualche dirham, ci sono scimmie danzanti, ballerini e cantastorie, donne che ti disegnano il corpo con la tintura all’henné, uomini che ti toccano il culo (forse per colpa degli harem pants e delle mie a quanto pare irresistibili chiappe).

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Da brava turista truzza, non ho resistito a Mama Marrakech, una matrona di 200 kg tutta risate e fossette a Jemaa el Fna, e mi sono fatta dipingere mano e piede sinistri, salvo poi ricordarmi che una settimana dopo avevo un importante appuntamento di lavoro a Milano. A quel punto ho imprecato in uzbeko.

D, che è un tipo combattivo, a Marrakech ha invece avviato la sua personale crociata contro i tassisti disonesti che è durata per tutto il resto del nostro soggiorno. Questa lotta all’ultimo sangue, svolta su più fronti e in tante lingue, ha occupato il 15-20% del nostro tempo totale nella città.

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D fa mostra orgogliosa dei suoi baffi a Dar Si Said

Fortuna che c’erano posti in cui ritrovare la pace dei sensi.

1) Il nostro riad, con una grande corte alberata al cui centro c’è una piscina: fresco, silenzioso e piacevole, che si chiudeva con un gigantesco chiavistello ed era meta di stormi di usignoli, la notte.

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2) La patisserie Amandine, un piccolo angolo di Francia nella Ville Nouvelle, che da sola vale il viaggio fino a Marrakech.

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3) Il Jardin Majorelle: che era – diamine, mi manca la parola adatta – bellissimamente bello.

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Jardin Majorelle

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Facce stanche, borse e occhi cerchiati di rosso nel Jardin Majorelle

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Jardin Majorelle – Museo berbero

Avrei finito.

Dopo due settimane, era finalmente giunta l’ora di tornare a casa. Resta il rimpianto di non aver visto Essaouira, e forse soprattutto di non essere riusciti a riposare davvero. Come le partorienti che dimenticano i dolori del parto, prima di rimettere piede in un paese che non appartenga almeno al G20 dovrò dimenticare i disagi del terzo mondo (o sostituire l’acqua col whisky, sorprendente suggerimento da parte di un’amica di mamma che se ne intende). L’anno prossimo il Nord America o – ancora meglio – la Svizzera.

That’s all folks!

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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