Maroquinerie

A settembre sono andata in Marocco con D.

Generalmente, trascorro buona parte di qualsiasi viaggio fantasticando su come sarebbe la mia vita nel posto in questione. Guardo le persone che incontro per strada e mi figuro di salutarle affabilmente mentre porto fuori il cane (il mio saluto affabile consiste nel girare la manina lungo l’asse verticale come la regina Elisabetta). Immagino di ricevere telefonate negli orari sbagliati dai miei familiari – ancora poco avvezzi alla differenza di fuso orario – telefonate cui tuttavia rispondo sempre in modo condiscendente e affettuoso. Studio con cura il clima e considero il suo impatto sul mio guardaroba. Calcolo il valore del mio reddito accarezzandomi le mani tipo Bruno Vespa. Mi spingo fino alle scene in cui litigo coi traslocatori.

In Marocco, no. Andare in Marocco è come essere costretti a leggere tutto lo spam che hai nell’email. E voglio dire tutto: le finte offerte di lavoro, le cure per le disfunzioni erettili, le newsletter non richieste, gli errori ortografici, Groupon e i single della tua zona. Il Marocco, se viaggi da solo e senza una guida, è esasperante. Le nostre difese immunitarie e psicologiche non sono pronte all’assalto costante di agenti patogeni e disturbatori della quiete che sono qui costrette ad affrontare.

In Marocco in qualsiasi momento spicchi da lontano come una balena spiaggiata, e non c’è street smartness che tenga. È verità universalmente riconosciuta che, prima di essere una persona, sei una borsa piena di Euro, e questo fatto è così ben radicato nelle menti degli abitanti del posto che ti ritrovi a essere preso implacabilmente di mira finché in un modo o nell’altro non siano riusciti a farti sputare il loro ambito baksheesh – fingendosi guide turistiche, mentendo, offrendo servizi non richiesti o mendicando e maledicendoti apertamente se non dai loro nulla. “Hey, you, español? italiano? Cerca hotel? Cerca ristorante? Cerca taxi? In quale hotel state?”

Decine di volte ogni giorno vieni avvicinato da persone che cercano di caricare le tue valigie su carrelli da portare al loro taxi, che ti prendono il braccio e ti inseguono se per caso ti ritrovi a seguire lo stesso percorso, che ti tagliano la strada per venderti qualcosa, finché alla fine il momento in cui dovrai uscire per procurarti da mangiare o per passeggiare diventa fonte di lieve e poi sempre più manifesto timore. “Non possiamo stare qui? Alla fine non ho tanta fame e poi per raggiungere quel ristorante tocca attraversare metà medina.”

PARTE 1: TANGERI e il nord
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Celeste e verde a Tangeri: il colore della città e il colore di Allah

“A Tangeri sono tutti praticamente spagnoli. Vedrai: vanno in spiaggia, giocano a calcio, non sono mica come noialtri”, spiega Ahmed, in italiano con coloriture lombarde, mentre cerchiamo di capire che fine abbiano fatto le nostre valigie, due ore dopo essere atterrati a Casablanca. Ahmed insiste e mercanteggia con l’addetto, quando infine qualcuno trascina fino al banco la grande borsa di D, sporca e graffiata come se avesse strisciato, legata a una corda, dal carrello dei bagagli per tutta la pista.

L’anno scorso siamo stati in ammollo nelle piscine a salinità controllata di Bali e ci siamo abbonati alle spa di Ubud. La perizia delle massaggiatrici indonesiane mi aveva spinto più di una volta a prendere in considerazione la possibilità di cambiare orientamento sessuale. Quest’anno abbiamo scelto meno coccole e più spostamenti. Per questo, appena atterrati a Casablanca siamo corsi a Casa Voyageurs per cercare di comprare i biglietti per il notturno fino a Tangeri, impossibili da acquistare online e che – tragedia delle tragedie – erano già finiti.

Ci siamo dovuti accontentare di biglietti per posti standard, per un viaggio di più di sette ore – da mezzanotte all’alba – solo noi e madame Aria Condizionata in quasi tutta la carrozza di prima classe. A morire di freddo.

Benvenuti in Africa.

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D in uno scatto di manifesta felicità, a “batte’ ‘e brocchette” sul notturno per Tangeri.

Da Tangeri si riesce a vedere Gibilterra. È una città sporca e sonnacchiosa in cui nel ventesimo secolo gli europei trovavano rifugio – dai nazisti, dai fascisti, dagli omofobi.

Eccovi una fotina di William Burroughs che sorseggia un tè nel Pétit Socco

Eccovi una fotina di William Burroughs che sorseggia un tè nel Pétit Socco

Ed ecco la Vladina (con un braccione fantascientifico causato dal grandangolo – ho i braccini piccinissimi io, posso fornire prove fotografiche!) che prende il tè nello stesso cafè, una settantina di anni dopo.

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La Vladina nel Pétit Socco

A Tangeri abbiamo fatto le presentazioni con la cucina marocchina, con le nostre prime tajine e l’onnipresente coscia di pollo con la pelle sbollentata che solo per pura fortuna non ho sognato a ripetizione. La tajine è stata un’amica che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, interrotta solo dalla pastilla di Fes.

“Sembra pollo anche questo, che dici?”
“Sì, non è male, tra poco guardo la guida per saperne di più.”

(NdT: la pastilla si è poi rivelata essere un piatto a base di piccione.)

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Apriti Sesamo: i negozi di souvenir di Chefchaouen

Una notte a Tangeri e via per il Rif. Attraversiamo le prime catene montuose (tra cui Tetuan – il nesso con Tattooine non è causale). Siamo diretti alla città blu di Chefchaouen, nascosta nel cuore della montagna. Fino agli anni Venti, gli europei in visita qui rischiavano la pelle, e nel ’28 c’era ancora un mercato in cui potevi comprarti dei maschietti freschi per il tuo sollazzo.

La città è, in effetti, blu.


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La routine delle false guide qui cambia e al posto di “Ristorante? Hotel? Cosa cercate?” senti quasi solo “Kif? Hashish? no problemi amico! Io ha fumo.”

Abbiamo racconti di seconda mano su cosa sia successo a persone che hanno accettato queste proposte – quella roba che inizia con “senti cosa è successo a questo mio amico” – quindi ci guardiamo bene anche solo dal volgere il viso in direzione di queste persone. La leggenda vuole che la città gemella di Xaouen sia raggiungibile unicamente a dorso d’asino e sia pertanto luogo ideale per la produzione di hashish, o almeno così racconta il nostro venditore di tappeti (ho comprato contenta un tappetone giallo fatto a mano da una pia donzella di Chefchaouen, i cui pensieri sono a quanto dicono intrappolati per sempre nella tela, da regalare al mio cagnone tredicenne; un po’ me ne vergogno, però).

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Outfit da turista tedesco per D.

Chefchaouen è un’esplosione di colori. È piena di bambini, di echi di grida lontane in strade deserte, di grande silenzio. Le donne sono costantemente affaccendate nelle case, a pulire e a lavare. Nella spazzatura lasciata sulle soglie, che più tardi gli impiegati comunali con i loro carretti passeranno a raccogliere, ci sono topi morti e resti di cibo e di verdure. I negozi di souvenir sono splendidi: prodotti naturali e artigianali che in Europa ci sogniamo. Questa è almeno la stronzata che mi ripeto per cercare di autoconvincermi che i milioni di dirham che ho speso non sono stati buttati.

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/continua/

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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