“Lo dico per il tuo bene”

In un tripudio di dubbi, autocensure e incertezze, maturo questi concetti all’alba dei trentaquattro e mi ritrovo a sentire il bisogno di produrre le seguenti paginette alla strabiliante velocità di mezza parola al giorno. Se vi chiedevate dove fossi finita, immaginate che ero a partorire un cactus. Forte di questa immagine davvero accattivante e raffinata, vado avanti.

Cercate di non ridere: sto chiamando a raccolta la pallida traccia che mi rimane della teoria degli insiemi (non visitavo quel neurone dalla seconda media, santo Gödel!) per spiegare che il concetto di amicizia può estendersi a dismisura fino a includere ogni sorta di contratti stipulabili tra persone o animali in numero variabile, o contrarsi fino alla voce enciclopedica di “rapporto paritario fondato sull’affetto, la stima e la disponibilità reciproca”.

Stando alla definizione, per il primo quarto di secolo della mia vita questo tipo di soluzione devo averla scartata insieme ad altri incresciosi fenomeni d’oltreoceano come la macarena o i Backstreet Boys. Prima dei 25, infatti, ho attraversato numerose… chiamiamole “fasi” (il Coniglio ispido, il Cane depresso, la Bionda, …), la cui unica costante era questa Noia Molesta nutrita per i miei coetanei, che rivestivano per me lo stesso interesse dell’ora di educazione fisica al liceo (ossia pari a zero, fino a sfociare nel fastidio).

Ad affascinarmi in modo uniforme, invece, è stata una singolare disparità e unidirezionalità, di cui mi sono innamorata con lo stesso sistematico accanimento con cui certe persone cambiano partner ma si ritrovano sempre accanto al medesimo tipo di perdente. Io cercavo un’educazione. Un maestro Miyagi, un capitano mio capitano, un precettore che facesse scorrere tutto il suo sapere, esperienza, gusto e opinioni (meglio se sotto forma di topica ordinata alfabeticamente a futuro riferimento) dentro a un imbuto e da lì direttamente nel mio ippocampo, grazie. E mi serviva presto, prima che la mia personalità si fosse cristallizzata in qualcosa di irrevocabile, prima che opinioni, gesti e sapere mi si fossero abbottonati addosso come un abito definitivo o un brutto tatuaggio.

Quando la borsa si fosse riempita, mi sarei dedicata ad altro: alla reciprocità, all’affetto e alla parità. A quei tempi, però, la spugna non era ancora completamente impregnata e quindi tutta la mia attenzione e disponibilità erano sintonizzate sulla stessa radio, giorno dopo giorno.

For your own good

Non è detto che un rapporto di questo tipo sia squilibrato, è solo che non è formato da persone, ma da un neonato e da una grande tetta, legati da una sorta di contratto di servizi. Io sono qui che produco dell’ottimo distillato di tenerezza, pronta a ricevere il succo della vostra saggezza, mia edipicissima Sacra Famiglia. In cambio, mi sobbarcherò del vostro bagaglio emotivo, mi lascerò manipolare e sopporterò mentre schernite impietosamente la mia adeguatezza (o mancanza di); per voi sarò il paragone che salva, mi lascerò illuminare dalla luce peggiore possibile e tenderò all’irrealizzabile perfezione che mi imponete, per correggere tutti gli errori del vostro passato per interposta Daniela. Insomma, proprio come dei veri genitori.

— E ora naturalmente tu devi fare [X], no?
— Pensiamo tutti che tu…
e soprattutto
— Lo dico per il tuo bene.

Con frasi del genere non c’erano praticabilità economica, corsi di studio, professioni o mire romantiche che tenessero. Perché io ero disposta a tutto pur di vedere la Gorgone ammansita e trasformata in Madre Benevola, almeno per una volta. A posteriori, posso dire che lo scopo del viaggio che conducevo da passeggero sonnolento e passivo doveva essere una qualche condizione utopistica che mi vedeva invariabilmente sola (senza provare alcun bisogno di lenire questo isolamento), con competenze acquisite in X continenti e in professioni il cui equivalente psicologico erano le arene gladiatorie, ma senza mai raggiungere un eccessivo grado di autonomia.

E c’erano anche le frasi che dovevano scoraggiare i comportamenti volti all’indipendenza, e che non mancavano di ridurre prontamente me e i miei sogni alle dimensioni di un Lori gracile.

— Queste ambizioni sono totalmente irrealistiche, solo uno sprovveduto senza esperienza può pensare di farcela.
— Un povero impiegatuccio potrebbe usare simili argomentazioni.
— Non mi interessa avere vicino una persona che la pensi così.

Bastava una manciata di parole come queste e qualsiasi progetto appena confessato veniva trucidato senza pietà come la famiglia Stark alle nozze di sangue.

Eppure, più applicavo le istruzioni alla lettera e meno ero felice. Più anticipavo e fiutavo l’aria e accrescevo l’elenco con battute o frasi che mi ero sentita dire en passant e più i rimproveri aumentavano. Finché un giorno è sorto il sole e le cose di cui rendere conto, i problemi da raccontare e i consigli da chiedere si sono esauriti. Insieme alla pazienza di sentirmi dire che “le cose non stavano davvero come la pensavo ed era evidente che stavo mentendo a me stessa”, quando raccontavo di corse nei prati, arcobaleni e margheritine.

Gli effetti sono stati tra il comico e il terribile. Da baci e abbracci a stammi bene a scene sanguinose tipo la Sposa contro gli 88 folli. Per un po’ ho vissuto in un paesaggio mentale degno dei Miserabili, ma una volta tanto il romanzo è finito bene.

Appagamento onirico

Ogni tanto sogno dittatori anni ’30 o figure ugualmente benevole che sparano munizioni verbali a bruciapelo. In loro riconosco gli amici di un tempo che ancora parlano attraverso la voce del mio critico interiore. In giorni così riprendo pazientemente in mano tutta la mia vita e la rimetto in discussione (visto che il fiume scorre sempre troppo fluido e uno non ha altro da fare), oppure accumulo rancore nei confronti di tutti e cerco dei buoni pretesti per litigare.

Altre volte accade in sogno ciò che era impossibile nella realtà. L’intero scopo di questo supplizio viene giustificato e per un attimo la mia perfezione interiore ed esteriore diventa talmente evidente che la Madre Severa dismette la maschera crudele e per una volta mi sorride benevola. Non dico una figura tipo la Madonna o Kanga, la mamma canguro in Winnie the Pooh – basta anche una madre un po’ mediocre, una madre semplice.

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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