Il Grande Scisma e altre questioni ecumeniche

Quest’anno D. e io abbiamo pensato di riunire le nostre famiglie a festeggiare insieme la Pasqua. Tengo a precisare che i miei sono cristiani ortodossi e quindi il loro anno liturgico segue il calendario giuliano (al posto di quello gregoriano, come nel resto del mondo). Per intenderci, per gli ortodossi, la Pasqua – la festa religiosa più importante dell’anno – arriva di solito con una ventina di giorni di ritardo rispetto ai cattolici, il tutto per un calcolo andato storto al Concilio di Nicea, che ci sta sul groppone sin dal 325 d.C. Loro erano lì a parlare del disgraziato prete Ario, legiferavano sul credo, proibivano pratiche ostiche come l’autocastrazione (dico sul serio), e tra le altre cose Costantino, Attanasio & Co. hanno passato un calendario fallato che generava un giorno aggiuntivo ogni 128 anni. (Secondo me molti di loro lo sapevano ma pareva brutto dirlo davanti all’imperatore. Avranno anche pensato “Sì, vabbè, figurati, da qui a 128 anni quanti concili ci saranno a correggere l’errore.” E invece niente.)

I cattolici hanno poi rettificato lo svarione con il Concilio di Trento, più di un millennio più tardi. Dall’ordine del giorno nel cestino dello stenografo: “Equinozio di primavera, avete presente?”. Purtroppo per noi papa e patriarca si erano già lanciati delle reciproche scomuniche e anatemi alla fine di un lungo periodo di sgambetti e sputi, con il volgere del millennio, proprio in virtù del fatto che la chiesa ortodossa si ostinava a seguire i dettami dell’antica religione mentre quella occidentale faceva un po’ come le pareva e introduceva sacramenti e riti a pioggia. Va da sé che a quel punto per gli ortodossi preservare i precetti degli antichi era ormai diventato una questione d’onore, anche quando questo voleva dire avallare i più banali errori ortografici o le cantonate nei calcoli.

La prima di queste due Pasque – quella cattolica – è dunque andata, in un orgasmo culinario che ha seriamente rischiato di rispedirci al Creatore senza alcuna promessa di resurrezione. La seconda invece sarà il 5 maggio e implica abbacchio ripieno e battaglie di uova sode dipinte.

Come sapete, le famiglie che si riuniscono hanno tutto un rituale da seguire tra cui l’obbligatorio cerimoniale degli album con foto dei figli quando erano ancora biondi, ignudi e ignari, in posa da comunione, da karate e così via, accompagnate da un numero variabile di frasi di circostanza. Arrivate anche stavolta: “Certo che a rivedere le foto di una volta si ricava una diversa sensazione che dagli album di fotografie digitali”. Sono molto fiera di me perché non ho risposto con qualcosa tipo: “Ovvio, perché oggi la qualità è migliore, l’esposizione è spesso quasi corretta, la tinta non è sempre viola o marrone o color muffa in rilievo, e le conserveremo finché hard disk non ci separi”. Non ho nemmeno pronunciato la parola cloud, e invece ho tirato fuori questo.

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Ta-daa! I post su Bali sono finiti in un libro, insieme ad alcune centinaia di foto, e ora questo grosso grasso e prezioso artefatto pagato col mio sudore (e quanto!) esiste fisicamente a casa mia.
(Lo tengo in mano per darvi un’idea delle sue misure. Tenete presente che io non sono ciò che si dice formato mignon.)

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È praticamente il meglio dei due mondi: la fotografia digitale che si unisce alle procedure di stampa ottimali messe in atto dagli gnomi di Blurb per stupire e confondere i vostri detrattori e gettare polvere negli occhi dei nemici. Permette di rappacificare culture e di mettere a tacere conflitti millenari. Per intenderci, win-win.

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L’idea di un libro fotografico, anche solo per uso e consumo personale, mi era venuta già a Bali. (Non immagino che qualcuno possa desiderare a tal punto di vedere le foto di D. a dorso nudo che fa la doccia nella giungla da voler sborsare i miliardi di euri che costa uno scherzetto del genere.) Lo scopo è molteplice: non stampo mai le foto e questa cosa deve finire. Se l’avessi fatto in precedenza, ad esempio, avrei scoperto che la stampa scurisce parecchio. Riunire e dare una sistemata ai vari capitoletti mi ha permesso di ingannare quella parte di me che è terrorizzata a morte dalle Grandi Opere e preferirebbe trascorrere la giornata a nascondere la testa sotto il piumone piuttosto che esporsi. Oltre al fatto che iniziare un progetto che richiede un grande dispendio di tempo e include potenziali fallimenti lungo il percorso mi porta a procrastinare e disperdere energie, infilando migliaia di piccole cazzate tra me e il compito per sentirmi a posto con la coscienza e allo stesso tempo avere una buona scusa per non farlo. Potrei arrivare al punto di dire a me stessa “ora non posso, devo stirare”. Ecco perché spezzare il lavoro in traguardi più piccoli, come un post o addirittura un tweet, può essere di aiuto alle persone come me che per andare avanti si devono fare gli sgambetti da soli. (La causa unica e fondamentale di questo disordine mi sfugge, forse sono maniaca del lavoro / pavida / povera / ho troppa Partita IVA / boh).

Esiste anche sotto forma di PDF da scaricare e online c’è l’anteprima completa.

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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