22 anni

Per settimane, ho fatto dei sogni deprimenti o strani in cui viaggiavo o traslocavo, e per quanto mi scervellassi non riuscivo a riferire queste immagini ad alcuna esperienza o bisogno.

Attenzione, il primo sogno è davvero infelice, vi ho avvisato: mio fratello e io viaggiamo di notte in un gelido paese straniero su un pullman senza sedili e illuminato da luci al neon intermittenti. Siamo vestiti con brutti e ruvidi indumenti di lana nera, occhi rivolti a terra come dei deportati, e trasciniamo a fatica valigie e fagotti pesanti, ma soprattutto tanti. Passando di pullman in pullman, man mano che la notte avanza e si avvicina l’alba, la stanchezza si impossessa di noi e iniziamo a dimenticare oggetti e borse. Una valigia qui, una cartella là, pian pianino il numero di pezzi del corredo si riduce, finché all’ultimo viaggio mio fratello scende completamente a mani vuote. Lo rincorro per ricordargli che deve aiutarmi con le borse, che non ce la faccio da sola, quando ecco che il pullman riparte, e io ho lasciato a bordo tutto ciò che avevo al mondo.

In un altro sogno, in uno splendido pomeriggio di primavera visito il magazzino di una sorta di clinica o casa di cura, pieno zeppo di acquari. Uno di essi si rompe e il pesce rosso gigante che ospita inizia a saltare in giro per il magazzino, in modo così ribelle e sconclusionato che per un po’ faccio fatica ad agguantarlo, ma alla fine ci riesco e lo sistemo in un contenitore temporaneo – un barile pieno d’acqua pulita – ripromettendomi di trovargli una sistemazione più consona quanto prima.

E come questo tanti altri, spesso con mio fratello, spesso con valigie e borse e vestiti. Ho capito il perché di questi sogni solo l’altro giorno. È che ho chiesto la cittadinanza italiana, qualche settimana fa. (Ho approfittato finché Isernia, che è qui vicino, è ancora capoluogo di provincia a tutti gli effetti. È un periodo in cui ti sfilano le prefetture sotto i piedi.)

Intanto vi dico che chiedendo la cittadinanza italiana non mi sono spuntate di botto delle tette aguzze come quelle della Loren. Non ho acquistato le vestagliette avvitate che popolano l’immaginario dello straniero quando pensa all’italiana media (ricordate Fergie che canta Be Italian e seduce i bimbetti in Nine?). Non ho dovuto sostenere quiz di italianità del tipo “Illustri le fasi della preparazione del caffè”, “Abbini le seguenti specialità alle relative regioni” o “Mette l’aglio nella carbonara?”. Oddio, magari se le riservano per una fase successiva, quando avranno finito di controllare che io abbia effettivamente frequentato un paio di scuole e non sia stata imbecille abbastanza da farmi beccare a commettere dei reati, e quindi si dedicano a cose più serie. Può darsi che, se tutto va in porto e non ho fatto vertenza per scadenza dei termini legali di gestione della pratica, tra qualche anno, all’atto di prestare giuramento sulla Costituzione, tireranno fuori a trabocchetto un piatto dal frigo dicendo “e ora, per suggellare il patto appena concluso tra lei e il suo paese adottivo, veda di ingoiare questo bel pezzo di pecorino molisano coi vermi”.

Ljutenitsa and tomatoes

Gli italiani, popolo di romantici, accettano unicamente lo ius sanguinis come principio per l’acquisizione della cittadinanza. In soldoni, questo significa che i nipoti degli esiliati, che il piedino sul suolo patrio non l’hanno sospinto mai e magari nemmeno parlano la lingua, hanno quotazioni più alte sul tabellone di persone nate e cresciute in Italia, come mio fratello o la figlia dei padroni di Casa Amica, il ristorante cinese dietro la mia vecchia casa sulla Casilina, che parla romanaccio che neanche Mario Brega.

La procedura che riguarda me è invece la naturalizzazione, termine preso in prestito dalla biologia e usato per quelle piante o animali che, trasportati in luoghi lontani dal paese d’origine, vi prosperano e si riproducono spontaneamente. No, non mi sarà richiesto di accoppiarmi fino a concepire sul suolo italico come prova di ambientamento: ricordate, la parola chiave, qui, è “spontaneamente”.

Chiedere la cittadinanza ha avuto un impatto maggiore sulla mia psiche che non emigrare, nel lontano 1991. Come sempre, poiché sono una persona rigida, mi impunto di più sui simboli e sulle questioni di forma che non sulle cose stesse. Ed è quindi solo ora, a 22 anni di distanza, che mi vengono le contrazioni nervose e sogno di perdere i documenti e le cose che mi appartengono o di sentirmi come un pesce fuor d’acqua.

Per conciliarvi un sonno più pacifico e tranquillo non ho problemi a spacciarvi come certezza il fatto che la naturalizzazione sia un processo asimmetrico e unidirezionale che non influirà in alcun modo sulla grande uniformità che trasuda dalla parola “Italia” e dal popolo unico e indiviso che essa rappresenta. Corro subito a strappare la ricetta per lo yogurt che ho dettato dal balcone alla mia vicina, qui in Molise.

Mi sono domandata per un bel po’ di tempo cosa sto abbracciando e a cosa sto rinunciando ma ho fatto davvero fatica a trovare degli elementi comuni. Salvo questi, che enuncio sotto forma di intenzione:

  • – Prometto solennemente di imparare tutti i gesti e di applicarli alle situazioni più appropriate;
  • – Di liberarmi per sempre di quella /l/ un po’ incerta;
  • – Di innalzare il mio livello di intolleranza nei confronti di qualsiasi dato climatico inferiore ai 26 e superiore ai 29 gradi C;
  • – Di iniziare immediatamente a esprimere un sano disprezzo nei confronti dei miei nuovi connazionali;
  • – Di fare la pasta sempre al dente.

Scritto da

Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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