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UBUD E I CULI DI BABBUINO – I NUMERI CIVICI – L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI WAYAN – L’EDEN – GALATEO POST STUPRO – L’IRRAGGIUNGIBILITÀ DELLE CASCATE E LA FANGA – NATIVE INC – TARIFFARIO DA STREGONI – UNA VIAGGIATRICE PACIFICA E AMANTE DELLE CULTURE SI TRASFORMA IN UN ESSERE ASSETATO DI SANGUE – THAT’S ALL FOLKS, SI TORNA A CASA

Il nome Ubud viene dalla parola balinese “medicina”. È la nostra destinazione, dopo più di una settimana di sole, mare e vita da schifosi colonialisti sfruttatori della differenza di cambio nel sud di Bali, tra la capitale Denpasar (traffico!), la meta dei surfisti Kuta (australiani!) e la penisola di Bukit, tranquilla e pacifica. Siamo arsi vivi, poiché l’isola inganna facilmente i noob come noi con la morbidezza dei suoi 29 gradi costanti. Siamo ustionati big time. Rosa-shocking. Pantone Culo Di Babbuino®.

Per raggiungere Ubud noleggiamo un’auto con autista. Sono 55 chilometri ma 3 ore di viaggio, un po’ per le strade disastrate che attraversano la giungla e un po’ perché ci sono villaggetti specializzati in sculture in legno o in pietra, in creazione di manufatti d’argento, in coltivazione di orchidee o nella realizzazione di batik, e noi saltiamo di laboratorio in laboratorio come farfalline. (Sì, c’è anche il famoso e orribile caffè pre-digerito dai Musang, disgustose creaturine che gli addetti ci invitano caldamente a non toccare, che mangiano chicchi di caffè e poi li… ripropongono, e a quel punto quei chicchi vengono pagati a peso d’oro. A Bali lo potete trovare a soli 100 dollari al pacchettino. No, sto a posto così, grazie.)

Fiore di loto nel Giardino delle orchideeA Tenganan producono batikA Batubulan ci sono solo scultori

Man mano che procediamo, i sorrisi si allargano sempre di più, le persone sono curiose, ti salutano, fanno a gara per irretirti, ospitarti, mostrarti, spupazzarti un po’. La nostra meta è Abiansemal, nell’interno dell’isola, dove saremo ospiti di Wet e della sua famiglia. La casa è introvabile perché in tutta Bali non ci sono numeri civici (perché, per l’amore di ciò che vi è di più sacro, ci sono posti al mondo in cui questo è permesso?) e perché i nomi propri sono solo quattro. Esatto: se fate otto figli potete dare loro solo quattro nomi e al quinto si riparte da capo. Wayan, il nome del nostro ospite, è tra l’altro il nome del primogenito e quindi il più comune di tutti. Con queste premesse, gli ultimi trecento metri ci costano la lunghezza di una bibbia.

La doccia (hint: è fredda)Il piccolo 'Pido'Il meraviglioso giardino di Wet

Ora, non so voi, ma io non amo la campagna. Per niente. Vi lascio tranquillamente tutta la fanghiglia e l’irreperibilità dei prodotti del mondo, è roba che non fa per me, a Frascati o a Bali che sia. Ma qui ne vale davvero la pena, la casa ha un giardino da paradiso terrestre, ci sono fiori notturni dal profumo rilassante, il nostro geco domestico (animale simbolo di Bali) lavora tutta la notte per noi liberandoci da mosche e zanzare, i tre bellissimi bambini corrono e ridono nel pomeriggio tornati da scuola e Ayu, la moglie di Wet, fa degli involtini primavera che panza mia… (Gli indonesiani hanno un problema con le fricative labiodentali, che pronunciano come fricative labiali sorde, o direttamente come plosive labiali. Ed ecco che D. diventa “Dapide”, il cane Fido “Pido”, la videocamera è “pideocamera” e così via.) Ubud è a 15 minuti di scooter. Per raggiungerla, ogni giorno attraversiamo uno dei paesaggi più mozzafiato del mondo.

AbiansemalOfferte

Le stradine sono tortuose e incrociano miriadi di fiumi e canali di scolo – dove uomini, donne e bambini si immergono tutti insieme al tramonto, finito il lavoro nelle risaie – proseguono girando attorno a centenari alberi di baniano, sotto la cui ombra riposano le sacre scimmie dei templi, draghi scolpiti in pietra e carretti per il mais piccante. Qui la vita segue i ritmi dettati dalla religione, si sente cantare ogni giorno per le preghiere e le cremazioni, le donne vestono abiti variopinti e cucinano per le divinità lauti pasti, che portano ai templi in ceste intrecciate, poggiate sulla testa. Ovunque abbondano le offerte votive, agli angoli delle strade, ai cancelli, davanti alle sculture onnipresenti. Sono piccole ceste di foglie piene di fiori, biscotti, sigarette – ringraziamenti per le divinità. Ayu intreccia i cestini per le offerte con grande destrezza e ne confeziona anche per noi, perché andiamo a vedere i Balian, i famosi guaritori di Ubud.

(Non ho fatto foto ai balian ché in quel momento mi pareva di cattivo gusto.)

La foresta delle scimmieD. e i templi di UbudBanianoCampi di riso e la poco invitante fanga

Sono una persona scettica ma quella del balian era un’esperienza che andava fatta per beneficio d’inventario. E no, andarci non mi ha minimamente risvegliato dalla mia diffidenza, né riportato sulla retta via. Il primo guaritore che abbiamo visitato è di Giava e vive in condizioni di estrema povertà. Ha il dono di guarire ossa e muscoli e abbiamo deciso di portarci D. che con il suo passato da atleta è una vera casa caduta (“It’s not the years, honey, it’s the mileage”). Per fare il guaritore un po’ contento, D. gli parla del proprio problema all’anca che ha causato grattacapi anche agli ortopedici europei. Il balian si dice tranquillo – ha capito perfettamente la situazione, a quanto pare. A quel punto, lo fa sdraiare per terra, lo stupra per mezz’ora, e infine lo rimanda a casa senza nemmeno una coccola e un “ti chiamo”. Zoppicante e col cuore spezzato, D. è pronto più che mai per il tour della giungla in bici, che durerà il resto della giornata.

D. nel Safari vehicle (parola chiave: zen e musica tunz tunz)ProntiWelcome to the jungle

Scendiamo e saliamo per centinaia di scalini per raggiungere cascate spettacolari (non capisco perché le cascate debbano essere sempre in punti così difficili da raggiungere), passeggiamo per i campi di riso al tramonto. Una volta lasciata la strada, il cammino è difficile, sui piccoli e morbidi bordi erbosi delle risaie, e la prospettiva di un bagnetto nel fango non è per niente allettante. Camminiamo per un’ora, il sole è ormai sceso, non ci sono luci, in lontananza si sentono i canti di un tempio, quando ecco che nel bel mezzo del nulla spunta un vecchio completamente nudo, con barba e capelli bianchi e lunghi fino al petto, che ci invita all’ashram del suo yogi. Elenca le caratteristiche della sua specialità e lo pubblicizza in inglese: “è stato vent’anni a Los Angeles”.

Ubud è così, un tempo luogo spirituale, oggi piena di europei e americani attempati che cercano di dare un senso alla propria vita vestendosi da orientali e smettendo di tingersi i capelli. D. mi racconta la parabola della Native Inc in “Leisure Suit Larry”. Prosperano le spa (massaggio a quattro mani, per due ore, con manicure e pedicure completa, vasca in marmo e oli essenziali – 12 euro; anche io ora so che senso avrà la mia vita – mollo tutto e mi metto con la massaggiatrice più cicciottella), e tutti quei luoghi che monetizzano il tipo di spiritualità un po’ rabberciata che noi occidentali amiamo chiamare filosofie orientali. Anche la gita dal balian numero 2, che dovrà prendermi la mano e misurarmi i chakra e parlare di passato presente e futuro è piuttosto deludente. È un uomo profumato e sofisticato, ci racconta che ha vissuto a Milano e se n’è innamorato, nel tempo libero si occupa di arte locale. Le cose che dice sono tutto sommato attinenti (che sono una un po’ sfortunata, che in sorte mi sono toccate e mi toccheranno alcune cose davvero dolorose, che attualmente ho problemi economici, che il mio punto debole è lo stomaco e che dai 35 in poi sarò ricca sfondata), ma ciò che mi propone per dare una svolta alla mia sorte suona stranamente familiare: “vieni a fare il bagno nel fiume con i fiori il giorno X, costa solo 70 dollari” (70 dollari è il suo tariffario per qualsiasi cosa).

Campi di riso al tramontoCampi di riso al tramontoDopo il balian, lo zenAltri 50 scalini e arrivo (D. e Ayu sono fottutamente più atletici)Incidenti alle cascate di NunungCascate di Nunung

I ristoranti e i locali di Ubud sono di un lusso come raramente se ne vedono, in Europa. Forse perché quel genere di posti è generalmente al di fuori delle mie finanze, in altre parti del mondo. Provata la cucina balinese in tutte le salse, decidiamo di assaggiare anche la cucina giapponese – visto che l’isola è piena di giapponesi doc e in vita mia non sono mai stata così vicina al Giappone. Il ristorante tipico, frequentato davvero quasi esclusivamente da expat nipponici, prepara piatti molto più aspri di quelli che siamo abituati a mangiare qui. (Trovarsi seduti accanto a persone dell’estremo oriente, a tavola, può essere una sfida. Perché i commensali esprimono apprezzamento per la bontà del cibo e l’abilità del cuoco mangiando rumorosamente e indicando chiaramente di aver digerito. E io non me l’aspettavo, ecco.).

Giapponese

Scopro qui che il vero confine tra Europa e Asia è quello tra grano e riso. E in effetti, forse per la mancanza di zuccheri a lento rilascio cui la nostra dieta provvede ogni giorno con pasta pane & co., i giorni trascorsi in presenza di tradizioni culinarie così diverse sono faticosi da sostenere. Sono continuamente affamata. Al punto che vorrei prendere una delle loro sacre mucche e farla fuori a mani nude per poi mangiarla. E al mio ritorno in Europa, al supermercato, sono stata colpita dalla rivelazione: “ma quanto siamo grassi, noi europei?”.

L’ultimo giorno abbiamo pensato che ci si sarebbe spezzato il cuore se non fossimo riusciti a rivedere la nostra spiaggia preferita al tramonto, a Jimbaran. Abbiamo sgambettato per il bagnasciuga, lottato un po’ con le onde, guardato in lontananza. Lasciarla è stata dura. A quanto pare io non riesco a smettere di scattare foto all’oceano, sopportatemi.

La spiaggia perfettaRitratti zuccherosiLa spiaggia perfettaLe mie lentiggini e la spiaggia perfetta

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

Commenti (4)

  1. Matteo Pixel

    Sono rimasto incollato fino all’ultima riga! 🙂

  2. ok, so che potrei sembrare fuori tema, ma le zanzare mi stanno tirando scemo

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