Bali

COCCIUTAGGINE – ESIGENZE DA NONNE – FUORI DAL LETTO – L’ANTARTIDE E IL MALIGNO – EFFETTI SPECIALI

Prima di tutto, lasciatemi dire una cosa: noi Europei non abbiamo capito niente. Il clima temperato non fa bene alla salute. No, sul serio. Ci costringe all’uso estensivo di dispositivi inquinanti che ci riscaldino, di sostanze chimiche che ci permettano di coltivare le nostre misere verdurine sparute e di complessi e costosi sistemi di muri, porte e doppie finestre per tenere fuori il freddo.

Il clima di Bali è semplicemente ideale. È la descrizione stessa del paradiso terrestre. Le piante che la nonna coltiva faticosamente in salotto, quelle che devi andare ad annaffiare quando lei se ne va qualche giorno da tua zia, lì crescono naturalmente per strada, si arrampicano sulle docce (quasi tutte esterne), sulle pietre, sui portici, sulle altre piante. Ci sono 3-4 raccolti di riso l’anno. E i campi di riso, del verde più verde che c’è, si estendono a perdita d’occhio.

Non ci sono pareti, la cucina è in giardino, il frutto della passione e il frutto serpente pendono a un metro dal tavolo o da qualche parte accanto al forno e il divano è un padiglione immerso nel verde, chiamato balè.

La cucina Il balè Giardino

Ma torniamo a noi. Siamo atterrati a Giacarta un torrido pomeriggio di inizio settembre (che lì segna la fine dell’inverno), una mezz’ora per le procedure di immigrazione per poi prendere l’ultimo volo, che ci avrebbe portati a Bali in due ore, e al termine del quale la nostra ospite balinese, Mimi, ci avrebbe portati finalmente a casa. Non dormiamo in un letto da più di due giorni. L’ultima volta che ho viaggiato così a lungo è stato con l’InterRail Pass, nel 2002.

(Mimi è una persona eccezionale. Ci ha dato lezioni di yoga, ci ha portati in giro per la penisola, ci ha aiutati con la patente e in ogni altro senso, d’ora in avanti il mio concetto di ospitalità sarà deviato per sempre.)

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Per 8 giorni nella penisola di Bukit. L’oceano senza niente tra noi e l’Antartide. Gli abitanti del posto se ne tengono alla larga, lo chiamano Il Maligno, e a ragione. La potenza delle onde è tale che sono in grado di trasportare pietre che ti lasciano lividi sulle gambe. Inghiotte di tutto, e ogni pomeriggio restituisce una grande quantità di oggetti, frutti e creature che ha ucciso. I cercatori di perle escono ogni giorno al tramonto e scavano, scavano. Sono riuscita a fare il bagno un paio di volte, ma solo nei giorni più calmi, e di nuotare non se ne parla. Non ho parole a sufficienza per descriverlo. È… no, niente.

Offerte per placare il Maligno L'oceano L'oceano L'oceano L'oceano Perle

Per riassumere gli 8 giorni a sud di Denpasar: scooter, templi, offerte votive, vomito (il mio), piedi scalzi, traffico, smog, oceano, cibo piccante, cibo ancora più piccante, ridefiniamo ciò che vuole dire piccante, ustioni, jet lag, niente templi per le donne con il ciclo, corruzione, lusso, povertà, la spiaggia perfetta.

In viaggio io sto spesso male. A Bali è più facile, visto che basta che qualcuno lavi la frutta con l’acqua di rubinetto ed ecco che svieni. D. non è ancora tanto abituato e così, passando accanto alla spiaggia e alle zaffate di morte provenienti dagli shrimp bar, non ha fermato lo scooter per tempo al mio “fermati ché devo vomitare”, provocando dei particolari effetti speciali che gli avventori del Coconut Grove ancora ricordano.

Parentesi pulp a parte, sulla penisola c’è il sontuoso tempio di Uluwatu, pieno di scimmie, di pagode e di punti panoramici. Lì abbiamo assistito al kecak, le sacre danze tratte dal R?m?ya?a (quelle che i ballerini che interpretano personaggi maschi hanno sempre gli occhietti spalancati, per intenderci).

Insonnia e jet lag Dreamland Templi privati
La spiaggia perfetta La spiaggia perfetta La spiaggia perfetta
Tempio di Uluwatu La spiaggia perfetta Tempio di Uluwatu

Il viaggio in Indonesia è del tipo che ti godi tantissimo quando alla fine ti trovi seduto sul divano di casa, perché sei spesso al di fuori della tua comfort zone. Non ci sono mezze misure, per ciò che concerne la ricchezza. L’unico modo per un abitante dell’isola di accedere ai lussuosi resort per super ricconi (vale a dire, chiunque guadagni più di 500 dollah al mese) è entrare a far parte del personale di servizio. Tra la vita senza carta igienica e quella con massaggiatrice personale nello staff c’è un buffer ridottissimo, che equivale a un centinaio di dollari. Possiamo permetterci i resort, e i cocktail di frutta fresca (e che sapori), e i bagni nella piscina con pH sotto costante controllo, un po’ colpevolmente. Tanto vale rilassarsi, perché la settimana seguente saremo nell’interno dell’isola per un percorso completamente diverso. E tanto non dormiamo.

Jimbaran resorts Albero di Ketapang Pool bar
Jimbaran Frutta Jimbaran resorts

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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