Settembre

DUE INVALIDI – INCONVENIENTI DELL’AUTODIAGNOSI – LORO RAPPORTO CON LE METE DI VIAGGIO – ASPETTATIVE DI UNA VICINA – MASCELLE E ZOMBIE – ATTACCAMENTO PER IL VECCHIO CONTINENTE – TONNO E TSUNAMI – SACRIFICI PER AMORE DELLA SICUREZZA IN VOLO – PER NON PARLARE DEL CANE – JET LAG A FIUMICINO

A fine agosto, D. e io eravamo praticamente sulla soglia dell’invalidità. Dopo aver trascorso l’estate a fare due traslochi e a leggere i tweet altrui dalle località marittime senza allontanarci nemmeno un giorno dal lavoro, avevamo sviluppato delle cosiddette “situazioni”.

Io avevo quella che ero convinta fosse una lieve forma di neuropatia periferica. Sapevo di averla perché avevo letto degli opuscoli al lavoro di D. in cui venivano descritti i sintomi, e io li avevo tutti, il principale dei quali era una “generale stanchezza che sfocia in astenia”. (Dopo qualche anno in Procura, D. si è trasferito, da un paio d’anni a questa parte, a lavorare in una clinica, e poiché all’incirca nello stesso periodo io ho scoperto che per qualche anno avrei dovuto lavorare unicamente per pagare i contributi INPS e campare così la mia vicina pensionata – ci tiene -, un annetto dopo ho iniziato a somatizzare, accusando i sintomi di ogni malattia nella cui cura la sua clinica è specializzata. Essendo un ospedale neurologico, ho ampia scelta, anche grazie agli ottimi materiali stampati disponibili in ogni angolo e alle lamentele dei pazienti al bar.)

Summer is sleepy

D. invece s’era dato al bruxismo. Anche se non fa strettamente parte del personale medico, gli unici due livelli d’intervento possibili, nel suo lavoro, sono l’urgenza e l’emergenza, in un posto totalmente privo di strutture e procedure in cui per circa un anno i suoi superiori hanno creduto che si occupasse di telefoni. A questo si somma il fatto che, raggiunti i 30, ha deciso di comprare casa a Roma, ignaro del fatto che questa fosse la strada più certa verso la disperazione. Tutti gli agenti immobiliari disonesti, le case da Resident Evil visitate negli ultimi due anni e i colleghi che telefonavano sabato mattina alle 6 meno un quarto perché non funziona la posta elettronica si davano appuntamento ogni notte per stringergli le mascelle dalle 3 alle 5, festivi inclusi.

Insomma, come dire: ci serviva una vacanza che ci liberasse il cervello e il girovita dal grasso e dalla polvere accumulati in un anno.

“Che ne dici dell’Africa?” mi chiese un giorno D. “Sono stanco delle capitali d’Europa e ti confesso che sono ancora stregato dal nostro ultimo viaggio in Turchia.” Io mi sono detta d’accordo e stavamo già iniziando a prendere le misure con il viaggio, quando, in un raro momento di felice epicureismo (che aveva sostituito il caratteristico stoicismo depresso che dominava i miei umori all’epoca), devo aver pensato che la somma delle malattie gravemente invalidanti che pesava sul mio futuro mi avrebbe costretto magari a letto o mi avrebbe impedito di compiere quel viaggio, quello che immagino quando dico la parola “viaggio”: il Sud Est Asiatico. Temevo un po’ di proporre modifiche ai piani iniziali. Questo perché quando si intraprendono iniziative che coinvolgano D., bisogna sapere che lui dà una grande importanza ai dettagli, nel senso che ogni aspetto riguardante la località in questione viene scandagliato fin nella più piccola sfumatura: malattie, sicurezza in viaggio, tasso di omicidi, efficacia delle forze dell’ordine, cucina locale, attività tipiche, i rischi più diffusi, eventuale presenza di animali pericolosi, medie annuali di tossicità del terreno, spiagge e panorami, con un livello di profondità tale che a volte può arrivare al delirio in cui allucina le situazioni che si presentano alla sua fertile immaginazione, portandole alle estreme conseguenze e rovinandosi così il sonno. Ogni decisione va giustificata con dati alla mano, dall’acquisto di una confezione di tonno al film da vedere dopo cena. E quindi, armandomi delle argomentazioni più convincenti (che includevano citazioni motivanti come “Del doman non v’è certezza” e curiosità culinarie su Java e Bali – poiché è anche uno che va preso per lo stomaco), un giorno ho buttato lì: “E l’Indonesia, invece?”. Che poi non c’era bisogno di convincere nessuno, ho sfondato una porta aperta.

(“Stoicismo depresso? Tu?” ha chiesto D. ridendo così tanto che non sono più riuscita a cogliere le obiezioni che sono seguite, salvo le parole “furiosa” e “nevrastenica”.)

Basta una rapida sovrapposizione tra notizie di cronaca e immaginario mitico per capire che quello è un posto in cui andar preparati. Bisogna stare lontani dalla giungla (per le zanzare portatrici di rabbia, malaria e febbre gialla), dal centro città (pieno di turisti australiani rissosi – ne muore in media uno ogni nove giorni -, poliziotti corrotti, terroristi, acqua impura e cocktail al metanolo), dall’oceano per le onde anomale e dal vulcano attivo, dormendo solo in strutture che, nell’eventualità di un crollo causato da uno degli infiniti terremoti quotidiani, non ci avrebbero procurato danni fisici permanenti. Abbiamo installato app per l’allarme terremoti e tsunami, senza smettere un giorno di meravigliarci del come sia possibile che esista ancora vita nell’arcipelago.

Mancavano ancora due settimane al viaggio che avevamo già saccheggiato i negozi di sport alla ricerca di scarpe da trekking, calzini tecnici, anti-zanzare, k-way, torce e zaini, e l’unica cosa che ci ha fermati dal comprare altra roba è stata la possibilità che il nuovo A380 Emirates – il più grande aereo di linea al mondo – non sarebbe stato in grado di ospitare bagagli di quella mole senza mettere a repentaglio la sicurezza degli altri 500 e rotti passeggeri.

Ed eccoci all’ultimo giorno. Zagor sarebbe rimasto dalla madre di D., che ama e accoglie ogni creatura di questa terra. Le sue leccornie e le coccole non mancano mai di instillare un cupo rancore nei confronti miei e dei miei metodi educativi più spartani, nel cuore del mio cane. Infatti, quando vado a riprenderlo ci vogliono sempre un paio di settimane prima che smetta di odiarmi, checché si dica della memoria a breve termine dei cani. Quando siamo tornati dall’ultima settimana bianca, Zagor si è nascosto sotto il tavolo (di solito nasconde la testa e pensa che il resto del suo corpo non sia visibile) e ha smesso di rispondere ai richiami finché non si è reso necessario estrarlo da lì tirandolo per la coda.

Airport: Away we go

Da lì, due ore d’auto ci separavano da Roma e da casa dei miei, che all’indomani ci avrebbero accompagnati all’aeroporto. Una volta a Roma, vuoi per l’adrenalina, vuoi per il divano letto, io non ho chiuso occhio un minuto. Con il risultato che, quando siamo approdati a Fiumicino, il giorno dopo, io avevo già il jet lag.

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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